Permessi premio per ergastolani: è polemica tra garantisti e giustizialisti

Il pronunciamento delle Corte Costituzionale annulla in parte il 41 bis (carcere duro) e assegna ai magistrati di sorveglianza il compito di valutare caso per caso. Ma l'opinione pubblica è divisa. Nobili: «Tutelano i diritti, ma la pena esiste per una criminalità molto significativa»

Polizia penitenziaria

ANCONA – La Corte Costituzionale ha aperto ai permessi premio per detenuti
condannati all’ergastolo anche per reati di mafia e terrorismo. Un pronunciamento che divide la politica e l’opinione pubblica e che di fatto annulla in parte il 41 bis (carcere duro): i mafiosi in regime di ergastolo ostativo potranno accedere ai permessi premio anche se non collaborano con la giustizia, ma a condizione che non abbiano più legami con la criminalità organizzata, che partecipino al percorso rieducativo e che non rappresentino più un pericolo sociale.

Saranno i magistrati di sorveglianza a valutare ogni caso sulla base delle relazione del carcere, del parere della Procura Antimafia o Antiterrorismo competente e del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.

Il cosiddetto ergastolo ostativo è infatti regolato dall’articolo 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario che stabilisce che le persone condannate per mafia o terrorismo non possano godere di alcuni benefici come la libertà condizionale, il lavoro all’esterno, i permessi premio e la semi libertà. Recentemente contro l’Ergastolo Ostativo si era pronunciata la Corte Europea per i Diritti Umani (Cedu) che aveva sollecitato l’Italia a porre rimedio.

Andrea Nobili
Andrea Nobili, garante per i diritti dei detenuti

Prudente la posizione del Garante dei diritti dei detenuti Andrea Nobili: «Se da un lato l’ergastolo ostativo viola i principi della Costituzione non consentendo di declinare la pena in chiave rieducativa, occorre anche considerare che questo tipo di pena esiste perché in Italia c’è una criminalità molto particolare. In linea di principio la sentenza della Corte Costituzionale è condivisibile per la tutela dei diritti, spetterà poi al magistrato di sorveglianza valutare di volta in volta ogni caso: una bella difficoltà dal momento che si tratta di soggetti che hanno un percorso criminale molto significativo e che non hanno dato prova di voler collaborare con la giustizia».

Paolo Arrigoni
Paolo Arrigoni

Duro il commento del senatore della Lega Paolo Arrigoni: «La Lega è sempre dalla parte delle vittime e quella della Consulta è una sentenza pericolosa, che fornisce ai peggiori criminali, inclusi mafiosi senza scrupoli, un alibi per non collaborare con la giustizia. Così facendo si afferma che non c’è differenza tra chi collabora con la giustizia e chi sceglie l’omertà, mettendo a rischio i cittadini italiani. La questione ora dev’essere affrontata in Parlamento e la Lega farà di tutto per smontare la decisione e perché ad essere difese siano le vittime di reato e quelle che potrebbero diventarlo».

«La Corte di Giustizia Europea ha attaccato il sistema del 41 bis, – commenta Corrado Canafoglia, legale di Unione Nazionale Consumatori – un sistema di tutela dello Stato da criminali particolarmente efferati come mafiosi, persone pericolose, la cui forza viene esercitata anche dall’interno del carcere. Quella della Corte Europea è un’analisi basata sui massini sistemi teorici che non tiene conto delle problematiche reali insite nel nostro Paese: non dobbiamo dimenticare di avere le quattro mafie più importati d’Europa, due delle quali sono le più importanti del mondo, ovvero la mafia e la ‘ndrangheta.

Corrado Canafoglia
Corrado Canafoglia, legale di Unione Nazionale Consumatori

I nostri magistrati hanno ben capito che non basta tenere un mafioso dietro le sbarre, bisogna impedirgli di poter comunicare con l’esterno, senza dimenticare che questi carcerati sono responsabili di efferati delitti e di traffico internazionale di droga, oltre che di rifiuti illeciti, inoltre uccidono le persone facendo stragi. Reclusi con una potenza così forte che le barriere del carcere non riescono a fermarli, ma solo il 41 bis può impedire che questo potere venga esercitato al di fuori. La stessa logica che avviene anche nel terrorismo, un sistema che ha portato a contenere il fenomeno della criminalità organizzata, ma che se continuiamo ad eliminare strumenti dalle mani dei magistrati rischia di saltare e diventa difficile combattere».

Cafanoglia continua: «Occorre fare una scelta, vogliamo combattere contro questi reati, oppure vogliamo solo fare sofismi? È questo il problema di fondo. Nonostante il carcere duro sia una misura estremamente punitiva e dura, e faccia storcere il naso agli operatori del diritto che hanno studiato Beccaria, al lato pratico ci rendiamo conto che i personaggi criminali ai quai è applicato il carcere duro non sono rieducati per cui è uno dei pochi elementi che costringe dentro un carcere e li rende innocui».

Per Canafoglia non bisogna dimenticare che è proprio il carcere duro ad aver convinto alcuni a collaborare e «ad aver consentito alla giustizia di penetrare nelle maglie della criminalità organizzata». In pratica, secondo il legale, si aprirebbe un quadro che «va a scontrarsi con la pratica». E conclude: «Vogliamo continuare a parlare di dottrina o combattere le mafie? Una comunità seria deve porsi questa domanda».