Centro Pagina - cronaca e attualità

Ancona

«Lavorando da casa non stacco mai». Donne e smart working: trappola o opportunità?

Marilena Romano, impiegata presso un ente pubblico, racconta la sua esperienza, mentre la segretaria regionale della Cisl, Cristiana Ilari, insiste sull’importanza della contrattazione

ANCONA- Donne e smart working: trappola o opportunità? Il lavoro da casa può avere risvolti positivi ma se non regolamentato rischia di avere l’effetto opposto. Con la pandemia in atto molte aziende private ed enti pubblici hanno deciso di limitare il numero dei propri dipendenti in ufficio facendoli lavorare da casa, in smart working. Questa modalità sviluppata durante l’emergenza Covid è però diversa da quello che la legge definisce e norma come “lavoro agile”.

Lo smart working interessa sia uomini che donne, ma per le lavoratrici potrebbero nascondersi delle insidie. Prima fra tutte? A casa non si stacca mai dal lavoro e così, vita privata e vita lavorativa finiscono per fondersi. La situazione diventa ancor più pesante e stressante per le mamme che oltre a dover svolgere la propria attività davanti ad un pc sul tavolo della cucina, magari devono occuparsi anche dei figli che seguono le lezioni scolastiche online, cucinare, pulire ecc…

Marilena Romano, impiegata presso un ente pubblico, racconta la sua esperienza di lavoro in smart working.

«In questo periodo di pandemia lo smart working è stata una necessità ma anche un’opportunità in quanto, soprattutto durante il primo lockdown quando tutto era chiuso, abbiamo potuto continuare a garantire i servizi ai cittadini ed è stato un modo per sentirsi utili alla comunità. Abbiamo lavorato in condizioni non sempre facili a causa della mancanza di strumentazione. Io, ad esempio, mi sono dovuta comprare un pc… Ci connettevamo negli orari più strani e abbiamo lavorato tutti i giorni, sabati, domeniche, festivi compresi. Non potendo uscire praticamente non staccavo mai e non è stato nemmeno semplice conciliare i tempi di vita e di lavoro con la cura degli anziani ai quali, io e mio marito, dovevamo garantire assistenza.

Marilena Romano

Con la seconda ondata ho lavorato un po’ in presenza in ufficio e un po’ a casa. Nell’ultimo periodo però sono stata in isolamento domiciliare e anche in questo caso lo smart working è stata una risorsa, infatti ho potuto continuare a lavorare. Gli orari sono stringenti: la mattina abbiamo corsi di formazione, devo occuparmi di un certo numero di pratiche, connettermi con gli utenti che magari richiedono un appuntamento e fare consulenze. Durante la pausa pranzo mi organizzo per dedicarmi alle mie cose. Normalmente la mia giornata di lavoro è scadenzata da ritmi ben precisi, ma può capitare di lavorare oltre, anche la sera. Bisogna imparare a rimanere entro i confini, per questo lo smart working deve essere regolamentato».

Sig.ra Romano, le manca l’aspetto relazionale con questa nuova modalità di lavoro? «Mi manca il contatto con i colleghi per questo mi fa piacere tornare a lavorare in ufficio anche se solo per alcuni giorni alla settimana. Con la piattaforma ci vediamo ma in presenza c’è il contatto, c’è quel qualcosa in più che arricchisce umanamente e professionalmente».

La segretaria regionale e responsabile delle Pari Opportunità della Cisl Marche, Cristiana Ilari, insiste sull’importanza di inserire il tema dello smart working all’interno dei rinnovi contrattuali.

«Il lavoro da casa rappresenta un’opportunità e il forte incremento che c’è stato in questo periodo- dovuto a motivi di salute, sicurezza e necessità- ha dimostrato che lavorare in modo diverso è possibile. Il problema- ed è qui che diventa una trappola- è che quello che abbiamo conosciuto finora non è un vero e proprio smart working, ma un lavoro da remoto spesso nemmeno concordato, mentre la contrattazione è uno degli elementi centrali. Il lavoro agile è regolamentato dalla legge 81 del 2017 e prevede che non si venga allontanati dal posto di lavoro sine die, ma continui momenti di alternanza tra lavoro da casa e in altri luoghi. Tempi e spazi sono pianificati in quanto frutto di un accordo. La contrattazione è invece quello che al momento manca per lo smart working che deve favorire la libertà, l’autonomia e la partecipazione del lavoratore e della lavoratrice».

Quali criticità emergono? «I problemi principali sono legati allo spazio e alla strumentazione in quanto casa e tecnologia appartengono al lavoratore. Non è detto nemmeno che l’ambiente domestico sia adeguato tanto che a volte potrebbero esserci ripercussioni sulla salute: se non sono seduto in una postazione idonea, schiena e occhi possono risentire di ore e ore passate davanti al pc».

Cristiana Ilari

Le donne sono più penalizzate? «Spesso si sviluppa un aspetto penalizzante per le donne: la connessione tra vita privata e lavorativa. Ad esempio può capitare che una mamma non abbia una stanza dove poter lavorare al pc e contemporaneamente abbia in casa un figlio che ha bisogno del computer per la DAD e un altro che scorrazza in cerca di attenzioni. Il rischio è che si compenetrino i tempi di vita e di lavoro e che quindi si finisca per non staccare mai. Tutto ciò diventa un sovraccarico nello spazio domestico.

Strumenti, spazio, tempo e formazione -servono competenze digitali che invece sono state date per scontate- sono questioni importanti che vanno contrattualizzate e organizzate. Quindi, lavoratori e lavoratrici devono poter partecipare a questo processo, altrimenti, se questa modalità viene catapultata addosso rischia di avere effetti negativi. Lo smart working è un’opportunità, facciamo in modo che non diventi una trappola».

In futuro si andrà sempre più verso questa modalità di lavoro? «Recenti studi indicano che 2 aziende su 3 sono disponibili a continuare in modalità smart working anche in futuro. Prima della pandemia erano circa 170 mila i lavoratori da remoto, adesso sono circa 6,58 milioni».