Centro Pagina - cronaca e attualità

Ancona

Lanterna Azzurra, la psicologa che è corsa in aiuto: «L’unica cosa che potevo fare era esserci»

Monica Carestia, una psicoanalista di Ancona, al mattino presto dell’8 dicembre 2018 ha ricevuto una chiamata. Da quel momento ha affiancato la famiglia di Eleonora Girolimini, la mamma morta nella tragedia di Corinaldo, in un percorso di «ricostruzione di un senso, una ripartenza»

ANCONA – 

Giorni strani, in redazione, quelli passati a pensare come affrontare questa ricorrenza. Giorni inquieti, scomodi, a chiedersi cosa dire, cosa lanciare nell’etere del web per parlare di ciò che è stato e ciò che è Corinaldo, un anno dopo la tragedia della Lanterna Azzurra. Cosa raccontare? Cosa non raccontare? Come ricordare non per demolire ma per costruire?

In questo marasma mentale, abbiamo scoperto la storia di Monica Carestia, una psicoanalista di Ancona che al mattino presto dell’8 dicembre 2018 ha ricevuto una chiamata sul suo cellulare. L’associazione per cui è volontaria (ndr. PA APE Onlus Associazione Psicotraumatologia Emergenze Ancona) l’ha contattata per dire che c’era bisogno di supporto urgente. Alla Lanterna Azzurra, una discoteca di Corinaldo, erano morte sei persone, cinque adolescenti e una mamma.

«Quando accade una situazione di emergenza come questa, siamo chiamati ad interagire fisicamente all’interno di un ambiente emotivamente devastato. Rispetto al lavoro in studio, in cui sono i pazienti a raggiungere il luogo della terapia, in questi casi siamo noi a spostarci e ad entrare all’interno di uno spazio doloroso. Questa profonda differenza elimina la parola come mezzo di racconto, poiché il racconto è lì, sotto gli occhi di tutti. Ecco il motivo per cui ho risposto alla chiamata che mi hanno fatto: l’unico modo per stare vicino a chi aveva subito quel trauma era esserci con il corpo. Una lacerazione improvvisa all’interno della realtà come questa toglie le parole di bocca. Perciò qui, in questa lacerazione, entra il dovere alla cura, all’esserci. Una volta che si è lì, non si sa mai come sarà. Per quanto sia il mio lavoro, personalmente non so mai cosa troverò, cosa arriverà. C’è una necessaria apertura all’inaspettato, un lasciarsi insegnare, lasciarsi agire dalle cose che accadono, dalle persone che si trovano nel posto in cui siamo chiamati ad agire».

Monica alle 9 circa dell’8 dicembre si trovava in obitorio, al fianco dei familiari delle vittime. Il suo compito era quello di accoglierli e stargli vicino nel riconoscimento delle salme. Non aveva la divisa addosso, perché non aveva avuto la prontezza di prenderla con sé. Tutto quello che si sentiva di fare era di avvicinarsi alle famiglie e dire «Io sono una psicologa». Basta. Nulla più era necessario, se non guardare, osservare, ascoltare, cercare di comprendere le reazioni e le relazioni di chi in quel momento si trovava in quella stanza.

«Le uniche cose che si possono mettere a disposizione degli altri in quei momenti sono la dolcezza, la pazienza e la fermezza. In questi casi, si riconosce che l’altro ha un bisogno tale, un bisogno così impellente d’aiuto, che non posso sottrarmi a questa responsabilità. È “l’obbedienza della necessità del reale”. La libertà e la volontà non è fare quello che si vuole ma quello che è giusto fare in quel momento perché la realtà me lo chiede».

Eleonora Girolimini

Da volontaria e con l’associazione APE onlus, Monica ha avviato un percorso con la famiglia di Eleonora Girolimini, la madre che si trovava alla Lanterna Azzurra con la figlia e ha perso la vita nella fuga dal locale, lasciando quattro bambini e il marito Paolo.

«Come è possibile che in un luogo del divertimento ci sia la morte? Questa è la domanda più difficile del mondo che mi sono trovata io stessa a pormi. È complessa perché solleva una questione esistenziale importantissima. Nessuno ci assicura la vita, mai, e di fronte a questa profonda incertezza, a questo non senso, il cuore umano trema. Ma ai concerti si muore? mi hanno chiesto. No, ai concerti si ascolta la musica. E allora perché quelle persone sono morte? Ecco, di fronte a queste domande l’unica cosa che va ricordata è che tutti, tutti, hanno fatto il possibile perché non accadesse ciò che è avvenuto. Ci vuole una iniezione di vita enorme perché le persone che non ci sono più vengano ricordate con dolcezza. Il lavoro degli psicologi, degli psicoanalisti e dei pazienti non può che essere quello di rendere la perdita un luogo meno cupo, paradossalmente pieno di vita, così da permettere la ricostruzione di un senso, una ripartenza».