Centro Pagina - cronaca e attualità

Ancona

Piccini, figlio di esuli istriani: «Importante coltivare la memoria»

In occasione del Giorno del ricordo (10 febbraio), dedicato alle vittime delle foibe, il vicepresidente del comitato provinciale dell’Anvgd racconta la storia dei suoi genitori

L'esodo
L'esodo

ANCONA – Oggi, lunedì 10 febbraio, si celebra il Giorno del ricordo, dedicato alle vittime delle foibe. Istituito con la legge del 30 marzo 2004 n. 92, vuole conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Tantissimi gli appuntamenti commemorativi previsti oggi ad Ancona, mentre ieri a Falconara ci sono state testimonianze degli esuli, letture sulle foibe, la proiezione del film Rosso Istria e un aperitivo a base di piatti tipici istriani, a cui ha partecipato il professor Giuliano Piccini, figlio di esuli istriani e vicepresidente del comitato provinciale dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd).

Piccini, qual è la storia dei suoi genitori?
«Sono figlio di esuli istriani che sono fuggiti dall’isola di Lussino, abitata per il 90% da italiani che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, sono stati costretti alla fuga, ad abbandonare le loro terre. Mentre le dominazioni precedenti tutelavano la lingua e la cultura delle popolazioni della zona, le forze jugoslave di Tito perpetrarono una slavizzazione forzata e quasi tutti gli italiani fuggirono. Ci fu quindi un esilio forzato, causato dal regime jugoslavo che cercava di cancellare ogni identità italiana da queste zone. Su 9.500 abitanti, dall’isola di Lussino sono scappati in 9mila, da Pola dove c’erano 27mila abitanti sono andati via in 25mila, da Fiume su 60mila abitanti, sono fuggiti in 50mila. In tutta l’Istria sono 350mila le persone che se ne sono andate».

Giuliano Piccini, vicepresidente del comitato provinciale Anvgd

Quando i suoi genitori decisero di abbandonare l’isola di Lussino?
«I miei genitori subirono delle persecuzioni. Quando il regime jugoslavo si accorse che le persone abbandonavano le terre, si rese conto che ciò stava creando un danno economico e di immagine. Quindi le forze di Tito cominciarono a chiudere le frontiere dal ’47, dal trattato di pace in poi, e lasciarono andar via solo gli anziani e i bambini, chi per loro non era importante per l’economia del luogo. Al contrario ai lavoratori e agli operai impedirono di andar via e così cominciarono le fughe. Nonostante il trattato di pace sancisse la possibilità di chiedere di poter andare via, a chi dichiarava di essere di nazionalità italiana, quando i miei genitori presentarono la loro richiesta nel ’47, le autorità jugoslave gliela negarono, e come motivazione dissero che la lingua di origine di mia madre e mio padre era quella slava, di cui invece non conoscevano una parola».

E poi cosa accadde?
«Rimasero dunque a Lussino e mio padre veniva spesso chiamato di notte dalla polizia politica con l’obbligo di fare i nomi dei nemici del popolo che lavoravano al Cantiere. Ad un certo punto mio padre non ce la fece più, come tanti altri, e organizzò una fuga con altri 13 persone con una barca. Fuggì dal porto di Lussinpiccolo e arrivò a Pesaro nel ’51. Piu tardi anche mia madre, con mio fratello di quattro anni, nel ’52 organizzò una fuga insieme ad altri italiani, ma purtroppo venne intercettata dalle motovedette jugoslave e imprigionata per tre mesi. Fu condannata come nemica del popolo in quanto aveva tentato la fuga. In quei mesi mio fratello stette con mia nonna che era rimasta sull’isola».

Sua madre come arrivò in Italia?
«Più volte mia madre chiese di poter andare via, ma il permesso le venne sempre negato, finché ad un certo punto le acque si calmarono e, grazie all’attenzione anche del Ministero degli esteri che cominciava ad interessarsi delle sorti degli italiani che stavano ancora in quelle zone, nel ’55 ebbe finalmente il permesso e poté ricongiungersi con mio padre. Vennero così a vivere ad Ancona, dove nacqui io qualche anno dopo. Quando arrivarono non avevano nulla, ma qui ricominciarono la loro vita».

Qual è l’importanza del Giorno del ricordo?
«Il Giorno del ricordo è importante per non dimenticare. È giusto celebrarlo non per desideri di vendetta, ma per conoscere cosa può nascere da certe ideologie, nella speranza che certe cose non accadano più. Anche le foto e le mostre che documentano le sofferenze degli esuli e le foibe, devono servire per dire basta alle violenze e a tragedie simili».

Cosa prova quando arriva il 10 febbraio?
«Sento il dovere di portare la testimonianza della mia famiglia, così come fanno tutte le persone che hanno sofferto, dagli ebrei internati nei campi di concentramento a chi ha subito altre tragedie spesso dimenticate. Per questo l’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia organizza incontri nelle scuole, testimonianze, conferenze, ma anche viaggi, ad esempio a Trieste dove c’è la foiba di Basovizza, per ricordare il dramma dell’esodo delle popolazioni istriane e dalmate».