Ancona-Osimo

A tu per tu con Francesca Rossi, scienziata del digitale: «Mi manca il mare di Ancona. L’umanità non è a rischio ma la tecnologia va usata bene»

La scienziata che studia l'etica dell'intelligenza artificiale è di Ancona. Attualmente, è presidente dell'Association for the Advancement of Artificial Intelligence (AAAI), i cui soci sono circa 4mila ricercatori nel mondo

La scienziata Francesca Rossi a Ginevra (foto per gentile concessione dell'intervistata)

ANCONA – Si chiama Francesca Rossi, la scienziata che – lo scorso 4 maggio (giorno di San Ciriaco, patrono di Ancona) – ha ricevuto la medaglia d’oro dalla città. Rossi, di Ancona, si occupa della sfida più dirompente dei nostri tempi: l’intelligenza artificiale e l’etica delle nuove tecnologie. Rossi è attualmente presidente dell’Association for the advancement of Artificial Intelligence (AAAI), i cui soci sono circa 4mila ricercatori nel mondo.

Professoressa Rossi, a chi dedica il Ciriachino d’oro del 4 maggio?

«Beh, a tutti coloro che mi hanno aiutato e supportato nel cammino girovagante in Italia e all’estero».

Francesca Rossi in una recente foto (per sua gentile concessione)

Mi parli del suo rapporto con Ancona…

«Sono nata qui, ma ho vissuto a Falconara, frequentando la scuola elementare a Falconara Alta. Le medie e il liceo scientifico li ho fatti a Falconara Marittima».

A 18 anni si trasferisce a Pisa, vero?

«Sì, per l’università, studiavo informatica. E poi, ad Ancona, ho frequentato la scuola di vela Stamura per vari anni durante la mia adolescenza».

Quindi, la laurea…

«Dopo la laurea, ho ottenuto il dottorato di Informatica e ho poi passato vari anni come ricercatrice, sempre a Pisa. Durante il mio dottorato ho trascorso due anni all’estero, presso il centro di ricerca MCC a Austin, in Texas. Sono poi diventata professore associato e mi sono trasferita all’università di Padova, dove dopo alcuni anni ho vinto il concorso di professore ordinario. Sono rimasta a Padova per 20 anni. Dopo Padova, ho passato un anno sabbatico ad Harvard in un ambiente davvero multi-disciplinare che mi ha iniziato a valutare l’impatto dell’AI invece che solo gli aspetti tecnologici e scientifici».

E arriva l’impiego alla IBM, uno dei colossi dell’informatica…

«Esatto, alla fine di quell’anno, ho accettato l’offerta di IBM Ricerca e mi sono trasferita a New York per lavorare al centro di ricerca IBM di Yorktown, NY, USA, dove lavoro tuttora».

Qual è il luogo di Ancona che ama di più?

«I luoghi preferiti sono quelli che hanno a che fare con il mare. Ho molti ricordi alla scuola di vela Stamura, dove ogni giorno d’estate passavo tante ore a preparare una barca, guidarla fuori dal porto, tornare indietro, e poi lavare le vele. Mi piace anche la zona del Passetto, per la sua vista sul mare. Adoro anche la zona di Portonovo, con le sue spiagge bianche. Mi piace anche molto passeggiare sulla sabbia morbidissima di Falconara».

Cosa le manca di più di Ancona quando è all’estero?

«Il mare, soprattutto la vista del mare, con la sua distesa ampia che apre la mente e l’orizzonte lontano che stimola la curiosità. E poi mi manca anche il cibo, con le prelibatezze marchigiane che mangio con molto piacere ogni volta che visito la città».

Come (e quando) ha deciso di studiare l’intelligenza artificiale (IA)?

«Già la mia tesi di laurea era sull’IA. A quell’epoca le tecniche di IA erano molto diverse: la mia tesi era sulla cosiddetta “programmazione logica”, che era molto innovativa in quegli anni perchè permetteva di programmare scrivendo regole logiche. La decisione di lavorare sul’’IA per la mia tesi è dovuta ad una proposta del professore che mi ha seguito per la laurea e poi anche per il dottorato. La scelta di studiare Informatica è derivata da un interesse per le materia scientifiche e soprattutto la matematica, e per la curiosità di sapere di più di questa disciplina (l’informatica) che all’epoca era molto nuova ma sembrava molto interessante».

Francesca Rossi in piazza Cavour, ad Ancona, lo scorso 4 maggio: è stata premiata con la medaglia d’oro

Si dice che i cervelli elettronici possano provocare la scomparsa dell’umanità: quanta verità c’è in questa affermazione? Davvero l’umanità è a rischio?

«L’umanità non è a rischio, almeno non a causa dell’IA. Però, alcuni meccanismi alla base della società potrebbero essere danneggiati se non si pone la necessaria attenzione all’uso pervasivo dell’IA e ai suoi problemi etici. Ad esempio, la capacità di generare contenuti falsi ma molto credibili, che è possibile grazie alle alle più recenti tecniche di IA, può generare la disseminazione di disinformazione su grande scala. Questo può scardinare l’assunzione che la comunicazione tra individui è basata su informazioni veritiere. Questo e altri problemi non sono nuovi, ma l’IA può esacerbarli a causa della grande scala del suo possibile uso. E’ quindi necessario mettere in piedi tutte le soluzioni socio-tecnologiche per mitigare i rischi di un uso pervasivo e su larga scala dell’IA».

Le tecnologie di riconoscimento facciale non sono ancora regolate in modo uniforme, ma gli smartphone, ad esempio, ne fanno ampio uso: quali i rischi e quali i benefici per gli utenti?

«Gli smart phone usano le tecniche di riconoscimento facciale solo per l’autenticazione. Confrontano cioè il viso di fronte al telefono con il viso salvato dal proprietario in precedenza. Che è cosa ben diversa dalla individuazione (cioè trovare un viso in una lista di visi creata in precedenza). L’autenticazione tramite riconoscimento facciale non è rischiosa, mentre l’individuazione può avere problemi di discriminazione e poca inclusività. Inoltre, l’uso massiccio di riconoscimento facciale in luoghi pubblici per individuare i cittadini genera problemi relativi alla privacy e la sorveglianza di massa».

Che impatto hanno le tecnologie digitali sui diritti fondamentali delle persone? Ci sono luci e ombre, vero?

«I rischi sono nell’uso dell’IA, non nell’IA stessa. Riguardano possibili decisioni discriminatorie, la generazione di contenuti falsi, la privacy e la proprietà dei dati, la poca trasparenza dei sistemi di IA nel comunicare le cause di una decisione. Inoltre, l’IA può essere usata in modo poco inclusivo e certamente avrà un impatto significativo su come lavoreremo in futuro».

La tecnologia – arrivati a questo punto (deep e machine learning, Chat GPT, ecc) – è più un rischio o un beneficio per le persone?

«Certamente un beneficio. La usiamo già in praticamente tutte le nostre attività online, senza neanche rendercene conto. Tutte questa attività (come la ricerca su web, il navigatore, i social media, i sistemi di acquisto online, ecc.) non sarebbero possibili senza l’IA. E’ però necessario fare attenzione ai rischi del suo uso e adottare tutte le tecniche esistenti per mitigarli».

Che ruolo gioca l’etica nella regolazione dell’IA?

«L’etica dell’IA è un campo di studio multi-disciplinare che studia l’impatto della tecnologia sulle persone e la società e mette a punto soluzioni, tecniche e non, per mitigare possibili impatti negativi. L’etica è alla base di molte leggi sull’IA, ma va al di la’ delle leggi stesse, e definisce i principi e la pratica per rendere questa tecnologia equa, inclusiva, e affidabile».

Lei che rapporto ha con la tecnologia nella vita di tutti i giorni? Usa molto i social e lo smartphone?

«Uso i social media, sia per lavoro che per rimanere in contatto con i miei amici e familiari lontani da me. Uso soprattutto facebook, instagram, twitter e LinkedIn. Uso lo smartphone sia per accedere ai social media sia per altre app per acquisti o uso di servizi (come la musica), o per applicazioni di wellbeing».

Quale consiglio dà ai genitori che forse troppo presto mettono in mano al proprio figlio uno smartphone, senza alcun controllo?

«Consiglio di stimolare l’interesse dei ragazzi anche per attività offline e di gruppo. La tecnologia è molto utile e può anche essere divertente, ma dobbiamo usarla per proteggere e valorizzare la nostra essenza di persone e la nostra socialità».

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