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Ancona

Famiglia positiva al Covid: «Nessuno che viene in casa a medicare mio padre, abbiamo bisogno di aiuto urgente»

Figlio cerca un urologo per far sostituire il catetere al genitore. L’anziano rischia infezioni ed è già vittima, secondo i familiari, di una operazione sbagliata

ANCONA – Costretto a casa con un catetere da cambiare non trova un urologo disposto ad andare a domicilio perché ha il Covid. Così un anziano anconetano rischia di peggiorare la sua condizione di salute dopo una odissea vissuta già con un intervento chirurgico ritenuto sbagliato dai familiari. «L’ultima sostituzione del catetere gli è stata praticata il 6 dicembre scorso – spiega il figlio Filippo Falappa – la situazione attuale e contingente, casuata dalla infezione da Sars Cov2 purtroppo, vieta a mio padre di uscire di casa per recarsi nel reparto di urologia e non consente viceversa di reperire personale idoneo che possa effettuare il trattamento a domicilio. È assurdo». La famiglia dell’anziano, che ha 82 anni e vive in città, è disperata e lancia un accorato appello affinché qualcuno intervenga per sbloccare la situazione.

«Da diversi giorni abbiamo scoperto la positività al Covid – continua Falappa – e siamo tutti chiusi in casa, in isolamento cautelativo, come disposto dalle autorità sanitarie per i soggetti affetti da questa particolare forma virale.

Dei cinque componenti della famiglia solo mio padre, ottantenne, ha manifestato problemi di salute importanti, sviluppando una polmonite. Fortunatamente, grazie alle cure repentine ed adeguate, non c’è stato bisogno di ospedalizzarlo e la malattia sta avendo un buon decorso. Chiaramente è costretto ad assumere moltissimi farmaci, è debole e deve essere protetto da eventuali ulteriori infezioni.

La sua situazione di salute versava già da prima in una condizione non ottimale, in quanto a causa di un grave errore medico (per cui stiamo procedendo legalmente), il poveretto ha subito un importante danno all’apparato urinario».

Ad ottobre, infatti, a seguito di un intervento è stato dimesso dalla clinica in cui era degente «senza che nessuno verificasse la corretta ripresa delle funzionalità urinarie» insiste il figlio. Una volta giunto a casa ha iniziato ad avvertire diffcoltà nella minzione, bruciori e rossori. Il tutto è stato riferito al medico di base, il quale «sulla scia di una ormai triste e consolidata abitudine – sottolinea Falappa – non effetua più visite, risponde raramente al telefono e interagisce con i pazienti solo tramite whatsapp».

L’anziano sarebbe stato curato per giorni per una presunta infezione urinaria, mentre era affetto da una paralisi vescicale. «Quando siamo riusciti a realizzare che la problematica fosse più grave del previsto – prosegue il figlio – lo stesso è stato soccorso in ospedale con l’applicazione di un catetere, esplellendo ben tre litri di urina e realizzando in quel contesto di aver corso un serio rischio per la propria incolumità.

Dal mese di ottobre pertanto è stato cateterizzato ed è ora in attesa di essere operato alla prostata, con la remota speranza di poter limitare i danni.

Il catetere che gli è stato applicato, per le sue particolari caratteritiche, necessita di essere sostituito mensilmente in ambito ospedaliero ad opera di un urologo. Questo per evitare il presentarsi di pericolose infezioni». L’ultima è stata più di un mese fa. Troppo stando ai familiari «perché un’ulteriore infezione in un organismo già così compromesso, sarebbe oltremodo pericolosa».

Nella mattinata del 7 gennaio all’anziano è stata praticata la terapia monoclonale all’ospedale Carlo Urbani di Jesi, allo scopo di arrestare la progressione della polmonite. «Considerando che lo stesso avrebbe dovuto trascorrere diverse ore all’interno di una struttura ospedaliera – specifica il figlio – in un reparto dedicato ed organizzato alla gestione di pazienti COVID, abbiamo pertanto chiesto la cortesia al personale sanitario di poter operare la sostituzione del catetere. Gli stessi hanno riferito che il paziente avrebbe dovuto essere trattato da un urologo e che al momento non ve ne erano di disponibili. Incredibile. Un ospedale senza urologi, in piena mattina». La famiglia ha provato a contattare istituti di assistenza privata, ma tutti gli infiermieri a cui ci sono rivolti hanno ribadito la necessità che la sostituzione avvenisse ad opera di un medico ed in ambito ospedaliero, rifiutando la prestazione. Hanno provato a contattare medici urologici per poter richiedere assistenza domiciliare privata, previo compenso, ma nessuno si è reso disponibile, probabilmente per il timore di essere contagiati. Hanno contattato il reparto di urologia in cui l’82enne è seguito. Gli operatori hanno suggerito di richiedere all’USCA un “lasciapassare” temporaneo per consentire al paziente di raggiungere il reparto. «Una assurdità nell’assurdità – dice Falappa – chi potrebbe mai consentire l’accesso di un malato covid in un qualunque reparto ospedaliero? Comunque abbiamo fatto il tentativo di contattare i medici del predetto reparto i quali hanno ovviamente rigettato in maniera tassativa la proposta sopra menzionata. Gli stessi si sono altresì ampiamente adoperati per reperire un urologo, ma invano. Siamo stati pertanto invitati a rivolgerci al 118. Abbiamo percorso anche la strada del medico di base, supplicandolo di aiutarci, ma lo stesso ci ha riferito di essere oberato di lavoro, esortandoci a ricorrere al Pronto Soccorso».

«È giusto che un paziente, affetto da una seria forma di polmonite virale debba accedere al pronto soccorso, per la banale sostituzione di un catetere? – chiede il figlio – E poi, anche ammesso che questa possa essere l’unica soluzione applicabile, come potremmo affidare un malato così delicato ad un’autoambuanza (considerando che tutti noi siamo positivi e pertanto impossibilitati ad uscire di casa), nella consapevolezza che il poveretto potrebbe essere abbandonato per ore in una struttura super affollata, in un momento di seria crisi epidemiologica, debole, immunodepresso e suscettibile a contrarre una qualunque altra infezione?

La questione è davvero delicata e sta esaurendo taotalmente le energie di una intera famiglia che non riesce in alcun modo a provvedere alle importanti e contingenti esigenze di un malato, già ampiamente danneggiato, amareggiato e sofferente.

E’ pressochè assurdo che, a distanza di due anni, il sistema sanitario risulti ancora così palesemente disorganizzato e che il COVID sia ancora capace di paralizzare la sanità pubblica a tal punto. Abbiamo bisogno di aiuto urgente».