Eugenio Coccia: «Con la scoperta delle onde gravitazionali possiamo ascoltare i suoni dell’universo»

Nel gruppo Premio Nobel 2017 per la Fisica, il fisico originario di San Benedetto del Tronto, è uno degli autori della prima osservazione della fusione di due buchi neri. In un'intervista ci ha raccontato la passione per il suo lavoro

Eugenio Coccia
Eugenio Coccia

MARCHE – Nel gruppo Premio Nobel 2017 per la FisicaEugenio Coccia è uno degli autori della scoperta delle onde gravitazionali e della prima osservazione della fusione di due buchi neri. Originario di San Benedetto del Tronto, vive a Roma e si è laureato alla Sapienza nel gruppo di Edoardo Amaldi. Ha diretto esperimenti per la ricerca delle onde gravitazionali al Cern di Ginevra e nei laboratori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Frascati. Coccia è stato direttore dei laboratori Infn del Gran Sasso, è professore ordinario di Fisica Sperimentale all’Università “Tor Vergata” di Roma, fondatore e rettore della Scuola Universitaria Superiore Gran Sasso Science Institute de L’Aquila. Intervistato da Centro Pagina, il fisico di fama internazionale racconta la passione per il suo lavoro.

Rettore Coccia, lei è nato a San Benedetto, come è il suo rapporto con le Marche?
«È una regione dove ho le mie radici. I miei genitori sono marchigiani, mio padre di Ascoli e mia madre di San Benedetto. Sono nato nelle Marche ma ho sempre vissuto a Roma. Tornavo per le vacanze estive e per Natale. La considero la regione dell’equilibrio. È bellissima, con il mare, la collina a e la montagna. C’è tanta cultura, c’è il saper fare, l’artigianato, l’intraprendenza delle piccole e medie imprese. È una regione attiva dove la bellezza si incontra in ogni angolo del territorio. Le Marche sono l’Italia in un’unica regione».

Recentemente in occasione della consegna del Picchio d’Oro alla scienziata urbinate Marica Branchesi, lei ha ricevuto un riconoscimento ufficiale da parte della Regione Marche…
«Sì, ho ricevuto una targa. Mi sono sentito premiato insieme a Marica, in quanto l’ho scelta io per il mio Istituto. Essendo un manager nel campo della formazione e ricerca, uno dei compiti è individuare giovani di talento».

La targa consegnata a Eugenio Coccia

Può spiegarci l’emozione di far parte del gruppo di scienziati che nel 2017 ha vinto il premio Nobel?
«È una sensazione incredibile, una grande soddisfazione. Abbiamo portato avanti la ricerca sulle onde gravitazionali per anni senza avere certezza di scoprirle. Si tratta di un effetto molto debole ed è difficile rivelarlo. Io ho iniziato 40 anni fa, con la tesi di laurea su questo argomento. Pensi che anche Einstein le aveva previste. Abbiamo osservato le onde gravitazionali emesse dalla fusione di due buchi neri, poi ne abbiamo visti altri dieci. Il gruppo che ha firmato la scoperta è composto da mille persone provenienti da tutto il mondo. Noi senior saremo stati una decina».

Quanto ancora c’è da scoprire?
«C’è ancora tanto da scoprire. Questi sono i primi segnali di un universo che dobbiamo studiare, non sappiamo quanti buchi neri ci sono, nemmeno quante stelle di neutroni. L’importanza di aver scoperto le onde gravitazionali è che abbiamo acquisito un nuovo senso verso l’universo. Prima avevamo informazioni tramite onde elettromagnetiche adesso siamo in grado di percepire vibrazioni spazio-tempo che si propagano alla velocità della luce. Ora è come se potessimo ascoltare i suoni dell’universo, prima potevamo solo vederlo».

Ha dei progetti futuri?
«Stiamo continuando lo studio delle onde gravitazionali con le antenne. Ne stiamo progettando altre, una è l’Einstain Telescope, in grado di vedere più sorgenti cosmiche».

Rettore Coccia, mi tolga una curiosità. Attraversando la galleria del Gran Sasso si vede l’ingresso per i laboratori. Che cosa c’è lì dentro? Che attività si svolgono?
«Vengono fatti esperimenti unici al mondo per misurare il passaggio di neutrini e di particelle di materia oscura che attraversano la terra. Sono difficilissimi da catturare e svelano tanti segreti dell’universo. Le ricerche sono possibili solo in un laboratorio sotterraneo schermato rispetto ai raggi cosmici, particelle cariche che costituiscono rumori assordanti per i neutrini che si vogliono rivelare. Il Gran Sasso è come un ombrello, ripara gli effetti che altrimenti non sarebbero percepiti».

Quanto impegno ci vuole per fare scoperte del genere? Quanto studio c’è dietro?
«Ci vuole passione prima di tutto. Se ci sono interesse e passione, lo studio e l’impegno vengono di conseguenza e pesano meno. Questo è il segreto di chi fa ricerca».

La sua passione dove è nata?
«La mia passione è nata sui banchi di scuola. Avevo un grande interesse per come è fatto l’universo, per il mistero dell’universo. Così mi sono iscritto all’Università di Fisica».

Che messaggio vuole dare ai giovani?
«Ai giovani dico di cogliere gli stimoli e gli interessi, di seguire le proprie passioni. Studiare diventerà naturale».

Secondo lei i giovani hanno interesse per la scienza?
«C’è interesse negli studenti universitari e anche nei giovanissimi. Vedo ragazzi delle scuole medie e superiori partecipare a festival della scienza e a conferenze. Questo rincuora me e quanti hanno caro il futuro del nostro Paese».