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Ancona

«Dpi non idonei all’ospedale di Torrette, maggior numero di contagi ad Oncologia», esposto in Procura

A presentarlo la sigla sindacale Laisa con il segretario regionale Enzo Palladino: «Su 13 infermieri 10 hanno avuto il Covid». Avvisata anche l'Inail e l'Asur. Preoccupa il tampone di controllo dei positivi al Coronavirus che devono recarsi autonomamente a farlo in ospedale

ANCONA – Tornano sotto accusa i Dpi, i dispositivi di protezione individuali come mascherine e guanti che per la sigla sindacale Laisa, lavoratori indipendenti della salute, non sarebbero stati idonei agli operatori sanitari che prestavano assistenza ai pazienti in ospedale. Così è stato presentato in Procura ad Ancona.

Il secondo dopo quello del Nursind che sempre a livello ospedaliero ha sollevato la carenza dei dispositivi in corsia. Laisa, attraverso il suo segretario regionale Enzo Palladino, denuncia come la situazione più critica si sia verificata nel reparto di Oncologia. «È stato il miglior esempio negativo in questo scenario – insiste Palladino – con il maggior numero di operatori contagiati: 10 su 13 infermieri, più quattro operatori socio sanitari (Oss), senza contare il personale estraneo al comparto».

Il segretario ha inviato l’esporto ieri, 19 aprile, tramite pec, chiedendo chiarimenti. Oltre alla Procura lo ha spedito anche al sindaco di Ancona Valeria Mancinelli, alla Prefettura, alla Regione, all’Asur, agli Ospedali Riuniti e alla direzione regionale dell’Inail. «Chi sta a casa perché rimasto contagiato – dice Palladino – è in infortunio sul lavoro, quindi anche l’Inail è interessato e deve sapere. Non sono stati forniti idonei Dpi ad operatori che prestavano assistenza a pazienti, per lo più paucisintomatici o asintomatici rispetto alla patologia Covid-19». Laisa punta il dito anche sulla situazione post-contagio, quella che prevede il tampone al personale sanitario per tornare al lavoro dopo il contagio. Mostrerebbe lacune. «Il trattamento riservato è una beffa – sostiene il sindacalista – perché questi lavoratori, indipendentemente dalle condizioni cliniche sono messi a dura prova per le implicazioni materiali, burocratiche e penali che la stessa procedura comporta».

Dubbi riguardano la compilazione dell’autocertificazione necessaria allo spostamento: «L’azienda ospedaliera, così come ci viene detto, avrebbe dato indicazioni ai dipendenti di scrivere sull’autocertificazione “deve recarsi presso l’Azienda Ospedali Riuniti di Ancona per sottoporsi od accertamenti sanitari Covid-19 come da disposizioni aziendali” – dice Palladino – ferma restando la difficoltà del riconoscimento dello strumento dell’autocertificazione quale giustificativo formale per gli spostamenti dei cittadini. Allo stato attuale, il dipendente che si reca presso la struttura nosocomiale per sottoporsi al tampone, si trova a certificare sia l’indicazione aziendale sopra riportata che il restante delle specifiche previste dal prestampato (non essere sottoposto a misure di quarantena di non essere positivo al SARS-COV2, di essere a conoscenza delle misure normative del contenimento, …) in contraddizioni tra di loro.

Lo spostamento, con le dovute conseguenze può avvenire (come è successo) con autoveicolo di proprietà, autobus, taxi e ambulanza, a spese proprie pur trattandosi di lavoratore in condizione di “infortunio sul lavoro”. C’è chi si è sentito chiedere 270 euro per essere trasportato a fare il tampone da una ambulanza. Poi ha preso un taxi pagando 25 euro. Ci si aspettava attività quali la domiciliazione dell’esecuzione del tampone o servizi taxi dedicati».