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Ancona

«Diffidenza e paura: la pandemia non ci ha reso migliori»: intervista al filosofo Alessandro Pertosa

Il docente universitario ci offre un'analisi sui difficili mesi che stiamo vivendo e sugli effetti che stanno avendo sulla società. «Non abbiamo imparato assolutamente la lezione»

Alessandro Pertosa
Alessandro Pertosa

«A me sembra che tra l’esplosione dell’angoscia, l’aumento della reciproca diffidenza e della paura ne stiamo uscendo peggiorati, e di molto». Alessandro Pertosa, filosofo, docente universitario ed autore di varie pubblicazioni, ci offre una lettura dei difficili tempi che stiamo vivendo, segnati in maniera indelebile dall’emergenza pandemica.

Pertosa, classe 1980, residente in un paesino in provincia di Ascoli Piceno incastonato fra i monti dell’Appennino marchigiano, insegna Filosofia teoretica all’ISSR di Ancona e Drammaturgia e linguaggio teatrale all’Accademia Nuovi Linguaggi di Loreto. Collabora con musicisti, pittori, commedianti e curatori di festival. È direttore artistico del festival Pensare Altro. Negli scorsi anni ha pubblicato vari saggi di filosofia. Autore di vari testi teatrali, alcuni pubblicati e tradotti all’estero. Un suo dramma “Il cancello” verrà portato in scena, nei prossimi mesi, in Portogallo, dalla compagnia teatrale Asta. In questi ultimi anni ha curato l’edizione del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Giacomo Leopardi (Lindau 2017) e ha tradotto dal latino i Canti per Lesbia di Catullo (Cartacanta 2020). Intensa anche la sua attività di poeta: alcune sue poesie sono state tradotte in francese.

La pandemia ha cambiato il modo di vivere e probabilmente anche quello di essere delle persone. Abbiamo ripetuto in loop per molti mesi che “ne usciremo migliori” ma forse non è stato esattamente così. La paura, l’angoscia e le incertezze di questi ultimi 15 mesi hanno portato ad un imbruttimento della società?

«Come tutte le frasi fatte, i modi di dire, gli slogan superficiali, anche ‘ne usciremo migliori’ è una di quelle enunciazioni che definirei ‘insignificanti’. Dicono senza dire. Sono vuote di contenuti e di significati. Perché dovremmo domandarci: chi ne uscirà migliore? E per quale motivo? A me sembra che tra l’esplosione dell’angoscia, l’aumento della reciproca diffidenza e della paura ne stiamo uscendo peggiorati, e di molto. D’altronde se non muta l’orizzonte economico e culturale entro cui ci troviamo tutti – e non mi sembra che ci siano le condizioni nemmeno per metterlo in discussione – non potrà cambiare nulla, e quindi non potrà migliorare nulla. Se la logica di approvvigionamento delle merci resta competitiva, in quale modo potremmo forse migliorare? Cosa ci fa pensare che una pandemia – col carico di morti che si trascina – dovrebbe accenderci quella scintilla in petto che ci farebbe rinsavire? No, francamente credo che da questa pandemia non abbiamo imparato nulla. Si parla di ripartenza, di ricominciare, di riprendere la vita. Ma per fare cosa? Per proseguire sulla strada che avevamo lasciato? Per continuare a consumare il mondo come stiamo facendo ormai da almeno un secolo e mezzo? Se questa è la prospettiva, direi che non ne usciremo né migliori né peggiori. Ne usciremo uguali: il che è un disastro».

Alessandro Pertosa in scena
Alessandro Pertosa in scena

Tra i sentimenti che emergono in maniera più forte dai social network o dai media in generale c’è il risentimento: la solidarietà che ad inizio emergenza si riconosceva nella frase “Ce la faremo” sembra oggi aver lasciato posto ad una certa inimicizia e diffidenza: “homo homini lupus”, perché secondo lei?

«Perché la solidarietà era di facciata. Quando la morte ti si presenta in tutto il suo fragore, all’inizio hai timore. Poi cominci ad abituarti, come accade anche in guerra. E quando ti abitui, ricominci a ragionare a come allontanare il più possibile la morte da te e dai tuoi familiari, dal tuo clan. Perché noi ragioniamo per clan, per gruppi. E, ribadisco, se la logica che muove ogni nostro atteggiamento è quella della scarsità e della competizione, è chiaro che l’inimicizia e la diffidenza diventano i due pilastri su cui fondare il quotidiano».

Quale può essere un antidoto per cercare di risalire la china e contrastare questa rabbia crescente? La consapevolezza? La gentilezza? Oppure è più funzionale abbracciare questa rabbia imperante?

«L’aspetto tragico della vicenda è che non c’è un antidoto. Non c’è alternativa alla razionalità tecno-capitalista. E questa considerazione è una tragedia. Non sappiamo come ridurre l’impatto antropico sulla terra. Pensiamo di vivere nel migliore dei mondi possibili, quando invece non ci rendiamo conto di abitare l’inferno. E soprattutto non siamo più capaci di poesia. Non siamo in grado di scavare dentro, di essere intelligenti: per l’appunto, intus legere – che è un leggere dentro le trame della realtà. In teoria dovremmo essere ‘soggetti di parola’, ma ci limitiamo a scambiarci WhatsApp e messaggini, insulti sui social, saluti via web, incapaci di mettere la testa fuori e incrociare gli sguardi. Ora, sia chiaro, non voglio essere tacciato di passatismo. So che il mondo cambia e gli strumenti relazionali si modificano. Ma è la prima volta nella storia dell’umanità, che la tecnica sostituisce l’uomo nella relazione. Per di più i sociologi e gli psicologi hanno mostrato come lo strumento tecnico, in quanto neutro, libera gli istinti più bassi. Perciò leggiamo insulti su facebook o altri social scritti da persone che nella vita reale balbettano qualcosa, magari pure a bassa voce. Insomma, la questione è molto complessa e avrebbe bisogno di una trattazione più lunga. Io purtroppo non riesco a essere ottimista. Non vedo come ne possiamo uscire, se non dopo una immane catastrofe: che non è detto tardi ad arrivare».

In che modo il sapere della filosofia potrebbe venirci in soccorso dal pantano esistenziale in cui siamo piombati? Ci sono altri esercizi che possono aiutarci a stare meglio?

«La filosofia è da sempre la grande inascoltata. Sul dominio della tecnica, i filosofi si interrogano – nel silenzio generale – da almeno cento anni. La filosofia dovrebbe fungere da faro che illumina la strada su cui poggiamo i piedi. Ma resta la questione vera. A mio avviso insuperabile. Come oltrepassare il capitalismo? Come uscire dalla logica dell’aumento infinito della produzione? Note teorie filosofiche alternative al capitalismo sono state spazzate via. Ora ci troviamo su un treno, lanciato a folle corsa contro un muro, con l’aggravante che il conducente non sa cosa fare e forse non ha nemmeno la leva del freno da tirare. Nel 2014 pubblicai un saggio (Dall’economia all’euteleia. Scintille di decrescita e d’anarchia, Editori Riuniti) in cui affermavo che solo una catastrofe avrebbe potuto arginare questo fiume in piena della razionalità tecno-capitalista. E ho avuto ragione. C’è voluto un micro esserino invisibile, chiamato Coronavirus, a paralizzare il sistema. Ma ne usciremo cambiati? Migliori? Avremo imparato la lezione?
No. Francamente credo proprio di no».