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Ancona

Danovaro (UnivPM): «Coronavirus e salto di specie, il passaggio dagli animali all’uomo»

Il professore dell'Università Politecnica delle Marche, spiega che bisogna limitare l’erosione degli ecosistemi naturali e capire che la salute dell’ambiente è anche la salute dell’uomo. Lo slogan è "One health"

ANCONA – Le zoonosi, malattie infettive che si trasmettono dagli animali all’uomo, sono sempre più frequenti. Il nuovo coronavirus, partito dai pipistrelli e poi passato all’uomo, si sta diffondendo in tutto il mondo, in particolare in Italia. L’Organizzazione mondiale della sanità ha identificato il nome della malattia in CoVID-19, mentre la Commissione Internazionale per la Tassonomia dei Virus ha assegnato al virus che causa questa malattia il nome definitivo SARS-CoV-2 (Sindrome Respiratoria Acuta Grave – Coronavirus 2). Si tratta, infatti, di un virus simile a quello della SARS, ma più contagioso e meno letale.

Prof. Roberto Danovaro

Roberto Danovaro, docente di ecologia dell’Università Politecnica delle Marche, perché ci sono virus che passano dagli animali all’uomo?
«Il nostro codice genetico è molto simile a quello di altre creature, in particolare a quello dei mammiferi. Basti pensare che in molte sperimentazioni cliniche, soprattutto in passato, sono stati utilizzati scimmie o ratti per testare i farmaci. I virus, poi, sono delle strutture organiche particolarmente semplici, anche come codice genetico, che interagiscono sulla base del riconoscimento della superficie cellulare che loro attaccano, in particolare su alcune molecole che trovano sulla superficie delle cellule. Quindi basta avere delle conformazioni simili a quelle delle cellule che loro attaccano per essere suscettibili alle infezioni, magari a seguito di loro mutazioni naturali.

L’origine del CoVID-19 è legata al salto di specie del virus dal pipistrello all’uomo?
«Esattamente. Questo virus è molto aggressivo e letale, rispetto ad altre malattie. Normalmente le infezioni zoonotiche sono rare, però quando le specie selvatiche vengono tenute in condizioni particolarmente ristrette, ad esempio in gabbie, e precarie di igiene, è più facile che avvengano. Un altro fattore da tenere in considerazione è la progressiva erosione degli habitat e, quindi, il fatto che queste specie selvatiche vengono poi a contatto con i centri urbani, determinando una maggiore promiscuità tra specie selvatiche e uomo. Spesso il contatto, poi, è legato anche alla loro cattura. Ad esempio se una persona cattura un animale selvatico infetto che lo graffia, è probabile che l’uomo possa essere infettato».

Ci sono altri fattori che possono determinare questo passaggio? Ad esempio le variazioni di temperatura possono favorire un salto di specie?
«Non credo o almeno non ci sono ancora dati a supporto che accertino il fatto che le variazioni di temperatura possano favorire un salto di specie. In realtà è più probabile che i cambiamenti climatici o le alterazioni ambientali, indebolendo l’ospite cioè l’uomo o gli organismi animali, favoriscano la penetrazione e la diffusione di malattie. Se noi abbassiamo le nostre difese immunitarie per effetti di stress che siano da inquinamento, da contaminazione, da temperature eccessive e da cambiamenti climatici, la penetrazione dell’infezione avviene più facilmente perché noi siamo più deboli. I cambiamenti climatici determinano poi le migrazioni. Ci sono specie che fuggono ad esempio da ambienti tropicali e si rifugiano verso ambienti meno caldi, e spesso queste specie vengono a contatto con nuove popolazioni che non hanno ancora sviluppato delle difese immunitarie specifiche».

È possibile prevenire questi tipi di virus, tra cui il SARS-CoV-2?
«La certezza della prevenzione non c’è, senz’altro però condizioni di minor inquinamento e di minor impatto sugli habitat riducono questo tipo di rischio. Non lo eliminano, ma lo riducono. Una natura più sana determina un minor rischio di infezioni negli animali selvatici e, quindi, conseguentemente un minor rischio di passaggio di infezioni dagli animali selvatici all’uomo. Teniamo conto che il 75% delle infezioni virali che colpiscono l’uomo hanno origine animale, e il 60% di queste da animali selvatici, quindi è fondamentale non aggredire gli animali e non indebolire i loro habitat, per non determinare condizioni non idonee per la loro salute e, di conseguenza, per quella dell’uomo. Dobbiamo limitare l’erosione degli ecosistemi naturali».

Tra qualche anno quindi non è escluso che possa arrivare un altro virus di questo tipo, anche peggiore?
«È da circa 20 anni che, ogni due anni, una malattia epidemiologia viene trasmessa dagli animali, in particolare dai pipistrelli, all’uomo. Non è quindi escluso, ci sono tutte le condizioni perché questo possa avvenire. Faccio un esempio. O cambiamo e andiamo verso la mobilità sostenibile e le auto elettriche e cambiamo l’approvvigionamento da combustibili a energie rinnovabili per il riscaldamento, oppure sappiamo che sforeremo ancora le soglie delle polveri sottili. La stessa cosa vale per i virus. Dobbiamo adottare una politica di gestione sostenibile, necessaria alla salute del pianeta e dell’uomo. Esiste una sola salute: one health, è questo lo slogan che deve accompagnarci nei prossimi decenni. La salute dell’ambiente è anche la salute dell’uomo. L’uomo invece è come se avesse deciso di combattere la sua battaglia solo in difensiva, solo nella capacità di trovare delle soluzioni una volta che il problema si scatena, ma deve anche cercare di prevenirlo. Allora la lotta ai cambiamenti climatici o quella per conservare la biodiversità, sono battaglie globali e dobbiamo provare a vincerle, anche perché molte politiche si possono fare su scala nazionale, regionale, addirittura locale».

Quanto durerà questa pandemia e l’arrivo dell’estate potrà aiutare la lotta contro il Covid-19?
«Secondo me l’arrivo dell’estate non potrà aiutare in termini di temperatura, perché i virus resistono bene a varie temperature. Se infettano il nostro corpo che ha una temperatura media di 36 gradi, non capisco perché dovrebbero morire con 30 gradi fuori. Forse ne potrebbe risentire la diffusione del virus. Le radiazioni ultraviolette d’estate sono più forti e le superfici si risterilizzano più facilmente, però ciò che conta sono l’isolamento e la quarantena. La durata è difficile da immaginare, ci sono gli esperti che stanno facendo modelli e calcoli, ma basta guardare la situazione cinese per capire quali possono essere i tempi. L’Organizzazione mondiale della sanità ha detto che la pandemia finirà quando saranno passati almeno tre mesi dall’ultimo contagio, quindi dobbiamo armarci di pazienza».