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Ancona

Cure covid, ecco quelle impiegate in malattie infettive. Giacometti: «I ricoverati rispondono più prontamente del passato»

Abbiamo approfondito con il primario delle Malattie Infettive di Torrette il tema delle terapie impiegate per i ricoverati con Covid. Ecco quali sono e le sperimentazioni in atto

ANCONA – «Le terapie sono quelle validate dall’esperienza maturata sul campo e certamente conformi alle più serie linee guida italiane ed internazionali». Il primario della Clinica di Malattie Infettive degli Ospedali Riuniti di Ancona, Andrea Giacometti interviene su quello che è un tema poco dibattuto, ovvero le terapie con cui vengono curati i malati che hanno contratto il Covid-19 e che sono ricoverati nei reparti di area ordinaria.

«I pazienti attualmente ricoverati sembrano rispondere più prontamente alle cure rispetto a quelli delle prime tre ondate – afferma – . Probabilmente questo è da riferire all’età media più bassa». Giacometti evidenzia «abbiamo ora ricoverati pazienti dai 20 ai 70 anni, con una media intorno ai 50, per cui sono molto meno frequenti le comorbidità gravi che sicuramente molto hanno influito sulla mortalità e sul decorso severo dei paziento coinvolti nelle prime ondate. Mi pare che ora, a parità di gravità delle polmonite, come dimostrato dalla TAC torace e dal frequente bisogno di ossigeno ad alto flusso, i pazienti riescano a recuperare più in fretta, quindi con una minor lunghezza della degenza».

Andrea Giacometti

Ma quali sono le terapie impiegate per questi pazienti? «I farmaci utilizzati sono diversi e la loro efficacia può variare a seconda del momento, della fase della malattia, in cui vengono utilizzati – spiega -. Ad esempio come antivirale dotato di una qualche efficacia contro il coronavirus SARS-CoV-2 utilizziamo il Remdesivir: questo è efficace soprattutto nella prima fase della malattia, quella durante la quale il virus si moltiplica nelle vie aeree e da lì si diffonde al resto dell’organismo».

Impiegati nelle malattie infettive di Torrette anche gli antinfiammatori come il desametazione, «la cui funzione – spiega il primario – è soprattutto quella di limitare i danni causati dalla anomala ed eccessiva risposta infiammatoria, la cosiddetta tempesta citochinica, delle nostre difese immunitarie». L’infettivologo spiega che questa «è la fase in cui compare la pericolosa polmonite e le altre complicanze gravi del Covid-19, tra cui i fenomeni tromboembolici».

Proprio per diminuire il rischio di trombosi ed embolie si utilizzano, sempre nella seconda fase, i farmaci anticoagulanti «come l’eparina a basso peso molecolare». Il professor Giacometti ricorda che i medici utilizzano per contrastare gli effetti della malattia, anche «tutto il restante supporto farmacologico, respiratorio e nutritivo che viene fornito al paziente: antipiretici come il paracetamolo o l’ibuprofene, se il desametazone di per sé non è sufficiente ad evitare la febbre, ossigeno-terapia tramite maschere di Venturi o C-PAP o, al limite, intubazione, nutrizione per via endovenosa, idratazione».

Tra le sperimentazioni in corso nel reparto, ci sono quelle con il Tofacitinib, «un potente inibitore delle JAK, dette anche Janus-kinasi, enzimi coinvolti nella produzione della tempesta citochinica» e quella con gli anticorpi monoclonali, ma come sottolinea «entrambe le sperimentazioni non sembrano fornire risultati eccezionali, tuttavia i dati sono ancora parziali e non possiamo tirare conclusioni. Diciamo che al momento sembrano avere una qualche efficacia, ma più bassa di quanto atteso».