Contratti stabili, le Marche fanalino di coda tra le regioni

«Il tema della precarietà dovrebbe interessare la politica e le imprese perché senza occupazione stabile non può esserci una ripresa complessiva del paese e della nostra regione», dice Giuseppe Santarelli, segretario regionale Cgil. Tutti i numeri di questi primi mesi dell'anno

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Nei primi sei mesi del 2018, le aziende marchigiane hanno assunto 122mila persone, il 10,8 % in più rispetto allo stesso periodo 2017. Ma i contratti sono sempre più precari e di breve durata. Secondo i dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, elaborati dall’Ires Cgil Marche, la maggior parte dei neo assunti ha un contratto a termine o precario (90,4%); solo il 9,6% è stato assunto con un contratto a tempo indeterminato. Ben 4 contratti attivati su 10 sono a tempo determinato. Ad esclusione di Trentino e Valle d’Aosta, dove le caratteristiche del mercato del lavoro sono molto particolari vista la presenza di una fortissima incidenza del lavoro stagionale, le Marche continuano ad essere l’ultima regione d’Italia per numero di contratti a tempo indeterminato attivati quest’anno.

Dichiara Giuseppe Santarelli, segretario regionale Cgil. «Aumentano i contratti avviati ma siamo ancora la prima regione d’Italia per livello di precarietà; anzi, guardando ll’aumento consistente delle cessazioni, dobbiamo registrare un ulteriore accorciamento della durata dei contratti».

I dati
Tra le tipologie di lavoro precario, quella che registra un maggior incremento è il contratto in somministrazione che aumenta, in un solo anno, del 23,1% e arriva a toccare quota 26mila attivazioni. Cresce in maniera consistente il contratto intermittente (+4,4%) e, nei primi sei mesi del 2018, arriva a quasi 18mila nuove assunzioni. La forma più utilizzata è quella del contratto a termine (48mila) e cresce, rispetto allo stesso periodo del 2017, del 9,4%, ormai in aumento costante da diversi anni.

Continua anche a crescere, ed è un fatto positivo, il contratto di apprendistato che aumenta dell’11,8% attestandosi su 6mila unità. I contratti a tempo indeterminato crescono dell’11,4% ma, nel complesso delle assunzioni, mantengono il loro peso residuale.

Le cessazioni di rapporti di lavoro, sempre nei primi sei mesi, sono state oltre 87mila e aumentano del 20,5%, con un saldo positivo pari a 34mila.

Tra le varie forme di contratto, l’unica ad avere un saldo negativo tra assunzioni e cessazioni è il tempo indeterminato con meno 4mila contratti: ciò significa che i contratti stabili attivati nel 2018 sono molto meno di quelli cessati. Tra le altre forme di lavoro, tutte registrano invece un saldo positivo, in primo luogo il tempo determinato che aumenta come saldo di oltre 17mila contratti.

Le assunzioni a tempo indeterminato crescono ovunque, sopratutto nelle regioni del sud per effetto degli sgravi contributivi inseriti nella legge di bilancio 2018 ma, nelle Marche, costituiscono una percentuale più bassa sulle assunzioni totali (solo il 9,6%), ben sette punti al di sotto della media nazionale (16,5%). «Nei prossimi mesi, misureremo gli effetti dell’entrata in vigore del decreto dignità ma risulta già ad oggi evidente come ci sia bisogno di una riforma strutturale del mercato del lavoro di questo paese e non di singole misure prive di una visione organica», dice Santarelli.
«Il tema della precarietà dovrebbe interessare la politica e le imprese perché senza occupazione stabile non può esserci una ripresa complessiva del paese e della nostra regione. Le vertenze continuano a crescere e sono in bilico solo in questi giorni più di 1.000 posti di lavoro. Senza investimenti pubblici e privati non ci saranno effetti sull’occupazione e drammaticamente invece si allargherà l’area del disagio economico e sociale».