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Ancona

Agricoltura bio, l’alternativa al rame dal guscio dei crostacei. La sperimentazione nelle Marche

Moncaro e Università Politecnica delle Marche stanno usando in vigna il chitosano, un farmaco naturale estratto dall’esoscheletro dei gamberi per prevenire la diffusione della peronospora

ANCONA – Si chiama chitosano ed è un polisaccaride estratto dall’esoscheletro dei crostacei. Nelle Marche è al centro di una interessante sperimentazione di Terre Cortesi Moncaro per la riduzione del rame in agricoltura biologica che sta dando buoni esiti nei campi sperimentali individuati dalla facoltà di agraria dell’Università Politecnica delle Marche per combattere la peronospora, ossia una delle più temute malattie della vite.

«Il progetto, inserito nel PSR regionale delle Marche, ha già dato i primi risultati, che sono estremamente positivi. Oltre alla riduzione del rame, il progetto include anche innovazioni sulla vinificazione senza l’utilizzo di solfiti aggiunti – commenta l’enologo di Moncaro Giuliano D’Ignazi – Sebbene rappresentino ancora una nicchia di mercato, grazie a questo contributo scientifico si potranno ridurre notevolmente i solfiti in maniera generalizzata e su larga scala, con risvolti positivi per il mondo del vino».

Il rame viene da sempre utilizzato in agricoltura, in particolare contro gli attacchi di alcune specie di funghi patogeni delle piante. Non essendo un prodotto di sintesi, è consentito anche in agricoltura biologica, dove funge anche da fertilizzante. Ma, essendo un metallo pesante, tende ad accumularsi nei primi strati del terreno, con impatti negativi sulla vita microbica, sullo sviluppo di batteri, alghe, funghi e lombrichi. Viene allontanato dal terreno esclusivamente dall’azione delle piogge. Dal febbraio 2019, la Commissione europea ha ridotto i limiti di utilizzo in biologico da 6 Kg a 4 Kg di rame all’anno per ettaro, calcolati sulla media di 7 anni, dunque gli agricoltori potranno utilizzare un totale di 28 kg di rame nel settennio.

Negli ultimi anni Moncaro ha puntato molto sul “green”, con la riconversione importante di vigneti al biologico (linea Geos), utilizzo di energie rinnovabili e tecnologie di produzione “senza solfiti aggiunti” (la linea Atavico), e la coltivazione improntata a tecniche di basso impatto ambientale. La cooperativa vitivinicola con sede a Montecarotto e cantine anche a Camerano e ad Acquaviva Picena, dal 2012 ha iniziato a sperimentare soluzioni alternative al rame, insieme all’Università di Ancona, in particolare con l’Istituto di Fisiopatologia e il professore Gianfranco Romanazzi. A dare i risultati più soddisfacenti è stato il chitosano, che, come il rame, ha una funzione preventiva.

Spiega D’Ignazi: «Lo abbiamo utilizzato sia nell’area del Conero, per il Montepulciano, sia nella zona del Verdicchio, e possiamo dire che, anche in un’annata caratterizzata da un’ampia diffusione della peronospora, è riuscito a contenere bene la malattia. Tanto che non abbiamo riscontrato differenza tra le vigne trattate con il chitosano e quelle trattate con il rame». Una differenza, in realtà, c’è. «Purtroppo – dice l’enologo – il chitosano costa tre volte il rame, per cui essere sostenibile dal punto di vista ambientale, non coincide con l’esserlo dal punto di vista economico. Oltretutto, in caso di piogge o di nuovi germogliamenti, diventa necessario ripetere il trattamento». Anche per questo motivo, sostituire del tutto il rame, da qui a breve, non è possibile (in molti casi lo si usa in modo complementare). Ma essere in linea con abbassamenti delle dosi richieste dall’Ue sì.

L’enologo Giuliano D’Ignazi (a destra) con Doriano Marchetti, presidente di Terre Cortesi Moncaro

«Il nostro obiettivo non è eliminare il rame subito dappertutto. C’è bisogno almeno di un triennio affinché si possa passare dalla fase sperimentale a quella operativa, sperando anche in un contenimento dei costi. Ma la strada è quella giusta, anche perché va ricordato che il rame è fortemente impattante, sia sull’ambiente sia sul vino, per quel che riguarda la parte aromatica. Dal nostro punto di vista, l’esigenza di sostituirlo è nata, non solo da una scelta sostenibile, ma anche dal voler trovare una soluzione alle ossidazioni. Il rame, infatti, funge da catalizzatore e, quindi, nelle prime fasi di vinificazione va ad ossidare parte degli aromi delle uve. Soprattutto nei vitigni bianchi, dove gli aromi sono molto più sensibili all’ossigeno».