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Ancona

La storia di Nadia, vittima di violenza: «Credevo di essere io in difetto, indegna»

Nella storia di Nadia si riconosceranno per diversi aspetti molte donne, che come lei hanno subito violenza e maltrattamenti dai loro partner, proprio quelli che avrebbero dovuto invece amarle, rispettarle e proteggerle

Nadia, vittima di violenza

ANCONA – «La nostra, all’apparenza, sembrava una relazione quasi da ‘famiglia del mulino bianco’, quella, per intenderci, in cui tutti sembrano felici e tutto sembra andare bene: le minacce e le offese all’inizio erano velate, subdole, tanto da confondermi. Credevo di essere io in difetto, indegna». Nella storia di Nadia, si riconosceranno per diversi aspetti molte donne, che come lei hanno subito violenza e maltrattamenti dai loro partner, proprio quelli che avrebbero dovuto invece amarle, rispettarle e proteggerle.

Nadia è un nome di fantasia, scelto da lei stessa, è il nome della prima donna uccisa nel 2022 in Italia. Il femmicidio è l’apice di una spirale di violenza che avviene soprattutto tra le pareti domestiche. Nelle Marche nel giro di poche settimane sono due le donne uccise:  Ilaria Maiorano e di Anastasia Alashri, in entrambi i casi sono sospettati di omicidio i mariti. Nadia è una donna 40enne, mamma di due bambine, seguita da alcuni anni da un centro anti violenza, al quale è stata indirizzata da alcune amicizie con le quali si era aperta, confidando l’esperienza che stava vivendo con il suo compagno e padre delle figlie. Oggi si è separata ed ha riconciato una nuova vita. Ci ha raccontato la sua storia celando il suo volto per tutelare la sua privacy e quella delle sue figlie.

«Quando ho saputo di questi due femminicidi – racconta – , il mio primo pensiero è andato a quello che possono aver provato queste donne e un attimo dopo ho pensato che se non mi fossi fatta aiutare dal centro anti violenza mi sarei potuta ritrovare al loro posto: si pensa sempre ‘a me non potrà mai succedere’, ma invece può succedere a chiunque».

Ripercorrendo le tappe più dolorose della sua esperienza, Nadia ricorda le offese rivolte alla sua persona, nel tentativo di squalificare lei e i suoi progetti: «Secondo il mio ex compagno, non ero in grado di fare niente e tutti i miei progetti erano ridicoli, anche quando riguardavano l’ambito professionale. Se desideravo ritagliarmi anche solo un quarto d’ora per me stessa, magari per andare dalla parrucchiera, mi faceva sentire in colpa».

Nadia ricorda ancora ogni singola accusa che l’uomo le ha rivolto, come se fosse un brutto incubo dal quale alla fine è riuscita a svegliarsi. «Quanto andavo al lavoro mi chiedeva continuamente di mandargli delle foto, diceva per vedere quanto ero bella, solo con il tempo – spiega – sono riuscita a capire che questa richiesta me la faceva perché voleva controllare se davvero ero al lavoro e con chi stavo». 

Non solo offese, Nadia ha subito dall’ex compagno anche violenza fisica, sessuale, economica. «Un giorno mi ha messo le mani addosso, mi ha dato uno schiaffo. Ho iniziato a domandarmi se davvero ero così sbagliata, se era tutta colpa mia che le cose fra noi non andavano più bene – racconta – ho trovato la forza di confidarmi con due cari amici che mi hanno consigliato di rivolgermi ad un centro antiviolenza. Non è stato facile capre che ero vittima di violenza, ma alla fine ho ascoltato il loro consiglio ed ho aperto gli occhi».

Tra le maggiori difficoltà perle donne vittime di violenza c’è quella di acquisire consapevolezza di essere finite in una spirale dove, alle offese, nel giro di poco tempo segue il primo schiaffo e la relazione si trasforma in una prigione dalla quale non è semplice scappare. Nel caso di Nadia la violenza fisica è stata ‘documentata’, ma in molti altri casi evidenzia «può capitare di non essere credute e questo scoraggia e dissuade tante donne dal chiedere aiuto, facendole sentire colpevoli di qualcosa di cui non hanno colpa, perché ne sono vittime».

«Farsi aiutare è importantissimo – dice – i centri antiviolenza sono luoghi sicuri in cui la privacy è garantita e in cui i tempi e le decisioni di noi donne sono rispettati. C’è supporto e non c’è giudizio, io mi sento accolta, protetta e meno sola. Al centro anti violenza si acquisisce la consapevolezza di quanto si sta subendo, si impara a riconoscere i segnali».

«Per tanto tempo mi sono sentita disperata, mi sentivo una pazza, lui mi denigrava continuamente, confondendomi, solo al centro anti violenza ho capito. Oggi guardandomi indietro dopo una decina di anni di sofferenze vedo una me che mi fa tenerezza. Sono orgogliosa – conclude – per i passi che ho compiuto e per il mio coraggio, per aver trovato la forza di dire no alla violenza, anche se, ancora oggi, le ferite restano vive».

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