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Ancona

Banca Marche, sul banco dei teste l’ex cda Cesarini

Il consulente di Fondazione Carima è stato interrogato sulle pratiche di finanziamento, che secondo l'accusa avrebbero causato il dissesto dell'istituto di credito, e sui fidi. Ecco cosa è emerso

ANCONA – Nuova udienza del processo per il crac Banca Marche al Tribunale di Ancona. A salire sul banco dei teste davanti al collegio penale presieduto dal giudice Francesca Grassi è stato Francesco Cesarini membro del consiglio di amministrazione di Banca Marche tra il 2012 e il 2013.

Cesarini, insieme a Lauro Costa (presidente), Giuliano Bianchi, Giuseppe Grassano, Michele Ambrosini, Pietro Alessandrini, Emanuela Scavolini, Federico Valentini, Federico Tardioli, Roberto Civalleri, Alfredo Checchetto, aveva fatto parte dell’ultimo cda prima del commissariamento. Prima di entrate nel consiglio di amministrazione Cesarini aveva esaminato come consulente per la Fondazione Carima il bilancio di Banca Marche relativo agli anni 2008, 2009, 2010 e 2011.

Interrogato dal legale di Unione Nazionale Consumatori Corrado Canafoglia, è stato incalzato dal legale sui crediti deteriorati, ma anche sulle pratiche di finanziamento che secondo l’accusa avrebbero causato il dissesto dell’istituto di credito, fra le quali quelle del gruppo Lanari, dell’impero Ciccolella, di Casale e De Gennaro. Però Cesarini ha detto di non ricordare queste pratiche di finanziamento e che comunque non aveva accesso a questa documentazione.

L’avvocato Canafoglia gli ha poi chiesto se nel piano industriale 2008, 2009, 2010, 2011 di Banca Marche si tenesse conto della crisi edilizia e dei dati forniti da Banca d’Italia, ma anche su questo l’ex componente del cda ha detto «non in modo specifico, sapevamo che il futuro sarebbe stato condizionato dalla crisi».

Cesarini ha spiegato di aver avuto difficoltà sulle pratiche di fido relative sia alla gestione Bianconi che a quella di Goffi e che durante l’epoca Bianconi c’era stata «una direzione accentrata». Inoltre nell’evidenziare il ruolo predominante del direttore rispetto ai vice direttori è emerso anche che Banca d’Italia avrebbe richiesto l’allontanamento dell’ex direttore Bianconi.

Ricordando i 513 milioni di perdine registrate da Banca Marche nel 2012, il legale di Unione Nazionale ha interrogato Cesarini sulle cause del dissesto che il teste ha attribuito alle «partecipazioni, accantonamenti a fronte di rischi e una redditività ridotta probabilmente per effetto della crisi».

Il legale Corrado Canafoglia

Sulla litigiosità presente nel consiglio di amministrazione dell’istituto di credito marchigiano, Francesco Cesarini ha dichiarato che «c’era ma su singoli provvedimenti che alcuni volevano per cercare di mettere in sicurezza la banca».

Interrogato dal legale Bellani sulla relazione redatta per la Fondazione Carima nel 2008 nelle conclusioni finali aveva scritto che Banca Marche poteva proseguire in modo autonomo, nonostante ci fosse una offerta di acquisto da parte di Bnp Paribass, perché se l’istituto di credito fosse stato acquistato per il territorio sarebbe stato un disastro.

«Siamo venuti a vedere come viene amministrata la giustizia e a capire se si vuole veramente cercare la verità nel processo Banca Marche o si cerca una qualunque verità – ha commentato il legale difensore di Bianconi, Borzone – Io sono convinto che tutti quanti devono cercare di capire come sono andate le cose».

In merito alla testimonianza di Cesarini, l’avvocato Borzone ha dichiarato che si tratta di «dichiarazioni molto interessanti, il problema è cercare di capire i ruoli delle Fondazioni e in particolare di quella di Macerata in questa vicenda. Questi due consiglieri di amministrazione ci devono far capire che mandato hanno ricevuto, e soprattutto perché lo hanno ricevuto». «Siamo alla ricerca di un processo giusto, se non ci sarà un processo giusto – ha concluso – un giudice a Berlino lo troveremo comunque».

«Vogliamo capire se dopo l’era Bianconi la Banca abbia migliorato, sia rimasta com’era oppure abbia peggiorato – ha commentato il legale Corrado Canafoglia –  Abbiamo voluto capire se ci siano dei rapporti, delle influenze esterne da quelli che erano gli organi che dovevano controllare, ma abbiamo registrato una serie di “non ricordo” e di situazioni a dir poco imbarazzanti da parte di un professore di quel livello. Sono emerse delle verità importanti che questa banca sicuramente era gestita in maniera abbastanza allegra, ma purtroppo successivamente in quell’anno e mezzo, due anni dopo, e non stiamo ancora parlando della fase commissariale, non è stato fatto nulla per risollevarla».

Nel pomeriggio l’udienza proseguirà con l’interrogatorio di Grassano, l’altro consulente della Fondazione Carima divenuto anche lui membro del cda di Banca Marche.