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“La natura in rivolta”, legame tra inquinamento ed epidemie. Clementi: «Serve strategia comune»

In un saggio scritto con la giornalista Eliana Liotta, il direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia del San Raffaele di Milano indaga il rapporto tra i cambiamenti climatici e i virus che hanno colpito il mondo negli ultimi anni

ANCONA – C’è un possibile nesso tra la diffusione delle epidemie, l’inquinamento e i cambiamenti climatici. Ne sono convinti gli autori di “La natura in rivolta”, il saggio scritto a quattro mani dal virologo Massimo Clementi e dalla scrittrice Eliana Liotta in uscita in questi giorni nelle librerie.

E a pensarci bene l’epidemia di coronavirus non fa che confermare questa tesi. Chi non ha riflettuto nei giorni più bui del lockdown sul fatto che potesse esistere uno stretto legame fra l’inquinamento e la diffusione del virus? Basta pensare solo alla similitudine fra le megalopoli cinesi e la pianura padana, due luoghi a migliaia di chilometri l’uno dall’altro, ma dove il virus ha lasciato la sua scia di morte. Smog, deforestazioni, e il conseguente cambiamento climatico con il surriscaldamento globale sono la chiave per comprendere il mistero della rapidità con cui si diffondono ai giorni nostri le epidemie, certamente favorite anche dalla grande mobilità dovuta ai viaggi aerei.

Un legame che non poteva di certo sfuggire al professor Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Ospedale San Raffaele di Milano che per primo isolò il virus della Sars nel 2003. Il primario nel libro ripercorre i tre mesi più drammatici per il Paese, in una sorta di diario di bordo in cui racconta come il virus si è piano piano adattato all’organismo ospite: l’uomo. Alla giornalista e scrittrice Liotta spetta invece il compito di combattere quello scetticismo che ha accompagnato la pandemia fin dalla sua comparsa in Italia.

«Tutti i virus che sono arrivati all’uomo negli ultimi 20-30 anni, sono di origine animale – osserva Massimo Clementi -, una riflessione che mi ha stimolato a valutare cosa stesse succedendo». Secondo il virologo «l’uomo con le deforestazioni ha occupato spazi che non erano suoi», spazi che ora la natura e gli animali reclamano e che vanno a riprendersi.

Massimo Clementi, direttore Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Ospedale San Raffaele di Milano

«Un pipistrello che si ciba di un particolare frutto che non trova più, si avvicina ai nuclei delle città e può infettare l’uomo come è successo ad esempio in Australia». Come non ricordare le devastazioni causate alle foreste con gli incendi che hanno distrutto ampie porzioni dell’Amazzonia? Ma oltre a questo, a giocare un ruolo essenziale è anche lo stile di vita della società moderna che impone viaggi dalle lunghe percorrenze non solo agli uomini, ma anche ai microrganismi che li accompagnano, alle merci che viaggiano portando con loro batteri. Emblematico il caso della Xylella, il battere arrivato con le merci dal Brasile, provocando gravi danni agli ulivi italiani. 

«Il mondo è cambiato – prosegue -, ma spesso non riflettiamo sul fatto che questi cambiamenti portano con sè delle conseguenze. Ecco perché ho voluto fare questa riflessione: è stato un pò come cercare di guardare la virologia e quanto stava accadendo dall’alto, per avere una visione di insieme». 

Il virologo ricorda l’infezione da West Nile, portata dalla zanzara che si è diffusa nella Pianura Padana causando encefaliti in una certa percentuale di persone, l’ennesima «espressione del cambiamento climatico».

«È importante prendere consapevolezza di questi cambiamenti» spiega il primario, nel precisare che serve «un’azione collettiva da parte di tutte le Nazioni. Lo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord sta rivelando virus antichi rimasti congelati, chi può dirci se potranno avere una seconda vita? Chi può fermare lo scongelamento di masse così enormi di ghiaccio?».

Risposte che nessuno ha in tasca, nonostante la consapevolezza di non poter tornare indietro, allo stile di vita del passato. E allora cosa si può fare? Secondo il virologo serve una strategia comune che unisca in maniera trasversale tutti i Paesi: «Si può iniziare mettendo in atto misure settore per settore, sperando che siano sufficienti, e lo saranno solo se verranno intraprese a livello globale: non si può permettere alla Cina di usare il carbone fossile, mentre altri paesi si impegnano a non usarlo, non è la strada giusta per arrivare ad una soluzione». Se c’è qualcosa che ci ha insegnato il lockdown è che «se non mettiamo in atto interventi contro l’inquinamento, non si potranno escludere nuove epidemie».