Ancona-Osimo

Maltempo, il geologo Fazzini: «Colpa dell’uomo, della cementificazione. Rivedere il Pnrr e educare»

L'opinione del geologo Massimiliano Fazzini, responsabile del team Rischio climatico della Società italiana di geologia ambientale e professore di Rischio Climatico all'Università di Camerino

I danni del maltempo a Rosora

ANCONA – Frane, smottamenti, porzioni di spiagge divorate dal mare, mura che si sgretolano e strade che cedono. Sono alcuni degli effetti dei cambiamenti climatici sul territorio marchigiano, nuovamente colpito da una ondata di maltempo, dopo quella che il 15 settembre scorso aveva devastato il senigalliese, causando 12 vittime accertate, una persona ancora dispersa, e danni ingenti.

Al termine di ogni emergenza, che si succede ormai con una certa frequenza (solo nelle Marche se ne contano già due in otto mesi), si fa la conta dei danni e il Paese è sempre di più con l’acqua alla gola. «In questa fase storica stiamo cominciando a vedere i primi effetti dell’estremizzazione climatica, con periodi siccitosi che si alternano a depressioni che creano disastri: i fenomeni sono così eccezionali che il territorio non è più resiliente» e gli effetti del cambiamento climatico vanno ad incidere su un territorio in cui «si è fatta una cementificazione selvaggia, un uso sconsiderato del suolo, mentre si sono abbandonate colline e montagne» spiega il geologo Massimiliano Fazzini, responsabile del team Rischio climatico della Società italiana di geologia ambientale e professore di Rischio Climatico all’Università di Camerino.

«La colpa è dell’uomo – dice – abbiamo violentato l’ambiente fisico e ora il territorio non riesce più ad adattarsi: si è costruito lungo gli argini dei fiumi e questo non fa che aumentare la vulnerabilità e il rischio di morti» in caso di esondazioni. L’ondata di maltempo, che ha colpito Marche ed Emilia Romagna, tra il 16 e il 17 maggio, in quest’ultima regione ha fatto contare diverse vittime e danni maggiori rispetto alle Marche.

Massimiliano Fazzini, geologo Unicam (immagine da https://www.facebook.com/photo?fbid=10218822622307939&set=a.1395782625911)
Il geologo UniCam Massimiliano Fazzini

«Gli ambientalisti non hanno permesso di fare niente – prosegue il geologo Fazzini – mentre la politica e le istituzioni non possono più nascondersi dietro al cambiamento climatico per giustificare gli effetti del maltempo sul territorio, i fenomeni climatici estremi incidono solo in minima parte, un 20% circa, il problema è la cementificazione, l’aver costruito dove non si doveva, e non solo le emissioni di gas serra, che pure dobbiamo ridurre».

«Basta con il muro contro muro tra sinistra e destra, tra ambientalisti e no» aggiunge, sottolineando poi la necessità di «rivedere il Pnrr che destina all’ambiente solo un 3% delle risorse, in un Paese, l’Italia, che è terzo al mondo per rischio idrogeologico».

«Nella nostra zona – prosegue il geologo di San Benedetto del Tronto – l’Appennino si caratterizza per la presenza di argille, le quali con l’alternanza di periodi siccitosi (in cui si induriscono) e piovosi (in cui si riduce la pressione sui pendii), causano frane che punteggiano il territorio e creano grandi problemi. Bisogna capire che la chiusura delle strade in un territorio antropizzato, comporta effetti anche sull’economia, andando ad isolare zone industriali o campagne in cui si coltiva».

Come adattarci? Secondo il geologo servono «pratiche di informazione ed educazione ambientale rivolte ai cittadini, occorre rinnovare i piani comunali di protezione civile e i contratti di fiume, coinvolgendo enti, cittadini, ambientalisti e non ambientalisti, per favorire una maggiore resilienza del territorio».

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Considerato che «non si può mettere in sicurezza tutto il territorio, perché non ci sono le risorse a sufficienza per farlo» per Fazzini bisogna puntare sull’educazione dei cittadini, in modo da evitare comportamenti rischiosi: «Non è più possibile vedere gente che con un metro d’acqua in strada esce di casa – spiega – bisogna informare i cittadini per evitare che finiscano sotto una frana o sott’acqua, serve educazione ambientale e maggiore consapevolezza. Basta contare morti ogni volta».

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