Hikikomori, adolescenti isolati e prigionieri virtuali, casi in crescita. 100mila in Italia

Un fenomeno che si manifesta tra la fine delle scuole medie e l'inizio delle superiori e spinge i ragazzi a chiudersi nella loro stanza, evitando il confronto con il mondo esterno. Lo psichiatra Ubaldo Sagripanti spiega come nasce questa scelta e cosa possono fare le famiglie di questi moderni "eremiti"

Hikikomori

ANCONA – Chiusi in casa, iperconnessi, ma soli e senza contatti reali, prigionieri per scelta di una vita “virtuale”. Sono gli Hikikomori, adolescenti che dalle medie in poi decidono volontariamente di chiudersi in casa, rifiutandosi di frequentare la scuola e le amicizie. Una scelta che li porta a ripiegare sul virtuale in un paradosso che li vede iperconnessi sui social, ma di fatto isolati dal mondo reale. Scelgono di ritirarsi dalla vita sociale, preferendo l’isolamento della propria cameretta. Il fenomeno era stato descritto per la prima volta in Giappone intorno agli anni ’90, ma miete vittime in tutto il mondo. Sono oltre 100mila i casi in Italia. Ma attenzione perché sull’argomento c’è molta confusione, evidenzia lo psichiatra Ubaldo Sagripanti, dirigente medico presso l’Asur Marche Area vasta 3 Dipartimento Salute Mentale di Civitanova Marche Marche, che da tempo studia il fenomeno. «L’Hikikomori non è una malattia, ma una scelta volontaria – spiega – . Il Ministero della Salute giapponese lo definisce come uno stile di vita incentrato sulla vita casalinga per più di 6 mesi, con scarso o nullo interesse per scuola e lavoro». Un ritiro dalla vita sociale che inizia a manifestarsi in Italia tra la fine della scolarità media e l’inizio delle superiori, in prevalenza nei maschi, ma anche le ragazze non sono immuni da questa scelta.

«Nucleo centrale dell’Hikikomori – sottolinea il dottor Sagripanti – è la paura del confronto che nasce da una società complessa e mutevole, dove si sono persi moti punti di riferimento. Un quadro nel quale i ragazzi si sentono come i naviganti di un tempo, privi delle coordinate per trovare la propria “rotta”». Ma alla base della scelta di ritirarsi dalla società e di rifiutare il confronto gioca un ruolo anche la crisi della figura paterna «a volte assente e incapace di trasmettere l’esperienza della fiducia». Anche i media hanno una loro influenza, nonostante l’Hikikomori non abbia una dipendenza da internet, al contrario precisa lo psichiatra, «il ritiro nel mondo virtuale non è la causa che spinge al ritiro, bensì ne è una conseguenza»: i ragazzi si orientano al mondo virtuale perché è l’unico che permette loro di mantenere un contatto con il mondo esterno.

Lo psichiatra Ubaldo Sagripanti

«L’Hikikomori ha paura del mondo – evidenzia il dottor Sagripanti – non sa come stare in questo mondo, è dominato dall’incertezza, così sceglie di non confrontarsi e si ritira nella sua stanza, utilizzando la virtualità come scappatoia, come una zattera di salvezza».

Ma che fare quando un ragazzo si orienta su questa scelta di vita? «Occorre innanzi tutto cercare il dialogo con loro, senza essere impositivi, bisogna comunicare con gli insegnanti e cercare di creare una rete. Poi è importante avere il sostegno di esperti: l’associazioni Hikikomori Italia offre una consulenza esperta da parte anche di ex Hikikomori che possono creare un contatto con i ragazzi». «Non chiamate subito il medico – invita Sagripanti – non bisogna psichiatrizzare subito, perché non si tratta di una malattia e anche la comunità scientifica internazionale non riconosce l’Hikikomori come una patologia».

Qual’è la causa che scatena questo ritiro in solitudine? «Spesso avviene dopo insuccessi scolastici, brutti voti, esami andati male, ma in alcuni casi si può verificare anche dopo episodi di bullismo. Questo spinge il ragazzo a scegliere di isolarsi, così come quando non riesce ad uniformarsi al gruppo dei pari».

Una famiglia come può accorgersi che il proprio figlio o la propria figlia stanno scivolando nell’Hikikomori? «Quando le assenze scolastiche iniziano ad aumentare e il ragazzo inizia ad isolarsi in camera, in questo caso la famiglia si deve allarmare e deve muoversi cercando il dialogo e un sostegno esperto».