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Ancona

Fase due, in 107mila con il bonus. Nodo protocolli: sindacati e politica contro Confindustria

La crisi di liquidità ha obbligato la ripartenza delle attività e degli esercizi commerciali per evitare impatti occupazionali. Ma è scontro con la Confederazione che si è sfilata dall'accordo: Cgil e Articolo Uno vanno all'attacco

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ANCONA – È boom di richieste di ammortizzatori e bonus nelle Marche. L’emergenza coronavirus che da sanitaria si è tramutata in crisi di liquidità ed economica in tutto il Paese ha di fatto imposto la ripartenza delle attività. Un quadro critico nel quale le Marche manifatturiere non fanno eccezione. A lanciare l’allarme è il segretario regionale Cgil Marche Giuseppe Santarelli che snocciolando i dati mette in luce la dimensione del fenomeno.

Nelle Marche sono 39 mila le aziende che all’11 maggio hanno presentato richiesta di ammortizzatori sociali per oltre 200 mila lavoratori. 11 mila le domande di Cassa integrazione ordinaria utilizzata dalle industrie, 14 mila di Cassa in deroga per le Pmi (piccole e medie imprese), quasi 3600 di Fis (fondo integrazione salariale impiegato dalle aziende che hanno più di 5 dipendenti), 9300 di Fsba  (Fondo di solidarietà bilaterale per l’artigianato).

Ma purtroppo «molti lavoratori in cassa integrazione non sono stati ancora pagati – lamenta Santarelli –  e non è un problema di burocrazia, ma di risorse che al momento mancano, è il caso del Fondo di Solidarietà Bilaterale e della Cassa integrazione in deroga. Speriamo che le risorse stanziate nel Decreto Legge Rilancio si sblocchino presto».

Sul fronte dei bonus da 600 euro nelle Marche «sono stati 107.309 i soggetti che ne hanno beneficiato nel mese di marzo – prosegue Santarelli – e ai quali è stata accolta la domanda presentata: 86.389 sono autonomi, 9.338 sono partite Iva e Co.co.co, 6.816 sono lavoratori agricoli, 4.296 sono stagionali del turismo e 470 lavoratori dello spettacolo».

Per i mesi di aprile e di maggio per quasi tutti questi soggetti il contributo verrà nuovamente versato in automatico ed in alcuni casi dimostrando di aver ridotto o sospeso il proprio lavoro il trattamento potrà arrivare a 1.000 euro, mentre le Naspi in scadenza o scadute tra il primo marzo ed il trenta aprile saranno prorogate di due mesi. «Sicuramente non servirà a risolvere tutti i numerosi problemi che si stanno determinando nelle famiglie e nell’attività lavorativa – osserva il sindacalista -, ma non si può certo dire che questo non rappresenti nulla di importante. Ci sono ancora molti soggetti esclusi dai sussidi, penso alle badanti, ai riders e ad alcune forme di collaborazione. Bisogna che il Governo recuperi questi soggetti in fase di conversione del Decreto Legge. Resto comunque dell’avviso che mai nessun Governo aveva messo in campo fino ad ora misure così imponenti di sostegno all’occupazione».

Secondo Santarelli con la fase due, che di fatto scatta da oggi (18 maggio), per evitare una seconda ondata di contagi sarà fondamentale puntare sui test sierologici che dovranno essere accompagnati dal tampone per garantire una efficace azione di prevenzione. Inoltre è fondamentale pensare a garantire il mantenimento dei livelli occupazionali alla luce del quadro critico delineato dall’Istat che stima una contrazione del Pil dell’8% e un crollo della produzione industriale del 28%. «C’è da considerare che le Marche venivano già da un periodo di difficoltà e l’impatto del coronavirus potrebbe peggiorare decisamente la situazione» osserva il sindacalista.

«Nelle Marche – conclude – le Istituzioni preposte al pagamento e alla lavorazione delle pratiche hanno dato dimostrazione di grande impegno e di professionalità. Ma il sistema così come pensato nel 2015 con il Jobs Act è frammentato e non adatto a dare risposte uniformi a tutti i lavoratori, sopratutto ai più precari».

Fondamentale nella fase due secondo il segretario della Cgil Ancona Marco Bastianelli il rispetto dei protocolli di sicurezza. Il sindacalista chiede di istituire, in base ai Protocollo Nazionale, commissioni territoriali e settoriali, in modo da verificare, specie per quelle aziende dove non sono presenti i sindacati, l’applicazione delle norme che assicurano lo svolgimento delle attività lavorative evitando il rischio di contagio da coronavirus.

«In molte realtà imprenditoriali non sappiamo se c’è un piano di lavoro, la questione non può essere demandata, va gestita fin da subito, altrimenti il rischio è che si abbia una recrudescenza del virus. Servono percorsi condivisi con le aziende che farebbero un grave errore a rifiutare il confronto con le parti sociali», osserva Bastianelli entrando nel merito della polemica con Confindustria che non ha aderito ai protocolli “Lavoro e Sicurezza” siglati fra Regione, Anci, Asur Marche e parti sociali, ma non dall’associazione degli industriali.

Il rischio secondo Bastianelli è che il rispetto delle regole avvenga  a macchia di leopardo: «L’attività di controllo va demandata ad Asur e ispettorati del lavoro, ma siamo consapevoli delle difficoltà operative dovute a carenza di personale. Non vogliamo criminalizzare le aziende, ma neanche demandare aprioristicamente responsabilità che dovrebbero essere condivise con le imprese. Tutto questo si realizza a partire da un un reciproco rispetto e riconoscimento, sia fra le forze sociali che nei confronti delle istituzioni: parte da qui l’apprezzamento per il protagonismo delle associazioni firmatarie del Protocollo regionale, come il rifiuto delle dichiarazioni sprezzanti del Presidente  di Confindustria Marche Nord, che mostra con evidenza come il pregiudizio antisindacale sia più forte di tante altre valutazioni. Una concezione “analogica” in tempo di “digitale”, che si spera non sia piombo ai piedi del sistema economico e del lavoro della nostra provincia».

Sulla polemica con Confindustria, è intervenuta la politica con il coordinatore regionale di Articolo Uno, Massimo Montesi che ha parlato di «parole e posizione inaccettabili, e forse adeguate ad un mondo che non c’è più, dell’800». Montesi ha consigliato al presidente Claudio Schiavoni «di rileggere o leggere la nostra Costituzione», sottolineando che la posizione assunta da Confindustria «è da contestare senza alcun tentennamento. Si spera che non sia la traduzione marchigiana di una nuova linea Confindustriale nazionale. Salute, lavoro, condivisione delle scelte e progettare insieme il futuro. A questo siamo chiamati, e mi pare che questo sia stato il metodo ed i valori seguiti nella vicenda marchigiana».

Secondo Montesi l’atteggiamento mostrato dall’associazione di categoria «lascerebbe pensare, sperando di sbagliare, anche ad una non disponibilità nel mettersi nella condizione di comprendere la sfida che abbiamo di fronte: il mondo nuovo che è necessario riscrivere insieme e che la pandemia ha solo rimesso al centro». Montesi conclude che «se è stata una uscita infelice, ci si aspetterebbe una rettifica, se è invece una posizione ponderata, risulta irricevibile e da rispedire al mittente, invitando piuttosto Confindustria a tornare ai tavoli e dire la sua, rispettando tutte le posizioni e tutti i soggetti».