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Ancona

Morte Attanasio e Iacovacci, un minuto di silenzio in Consiglio regionale: Carloni ricorda l’ambasciatore

In Aula l'omaggio all'ambasciatore e alla sua scorta, uccisi ieri alle porte di Goma. Il ricordo del vicepresidente della Giunta che aveva conosciuto Attanasio due anni fa

consiglio regionale
Una seduta del consiglio regionale

ANCONA – Si è aperta con un minuto di silenzio in memoria delle due vittime italiane dell’attentato avvenuto ieri – 22 febrraio – in Congo, la seduta odierna del Consiglio regionale. Un omaggio, quello all’Ambasciatore italiano Luca Attanasio e alla sua scorta, il Carabiniere Vittorio Iacovacci, uccisi nel corso di una imboscata, chiesto dal presidente dell’Assemblea Legislativa Dino Latini.

Bandiere a mezz’asta a Palazzo Leopardi e negli altri edifici della Regione, in segno di lutto l’uccisione dei due italiani che stavano viaggiando a bordo di un convoglio del World Food Programme, formato da due veicoli Onu. L’agguato nel villaggio di Kibumba, alle porte di Goma, la città situata nella parte orientale del Congo uno dei paesi più pericolosi dell’Africa.

Una tragedia che ha sconvolto l’intera nazione per la perdita di due servitori dello Stato e che ha toccato il vicepresidente della Giunta, Mirco Carloni, che aveva conosciuto l’ambasciatore Attanasio due anni fa in Sicilia.

«Ho avuto l’onore di conoscere Attanasio, sua moglie Zakia e le loro tre figlie in un contesto felice – ci racconta il vicepresidente e assessore alle Attività Produttive Mirco Carloni -. Ricordo una grande passione che esprimeva con il suo alto incarico in rappresentanza dell’Italia mostrando al contempo sempre vicinanza alla popolazione locale e ai loro bisogni. Un servitore delle Stato che ha perso la vita in rappresentanza della nostra Patria».

Carloni ricorda di essere stato colpito «dalla sua umiltà. Nonostante il suo ruolo e la passione per le figlie, parlava con entusiasmo del Congo. Ricordo che aveva contratto la malaria ed era tornato in Italia per farsi curare, ma preferì tornare in Congo per le terapie perché lì, come ci aveva spiegato, i medici sono abituati alla malaria a differenza degli italiani».

«L’ho apprezzato fin da subito – conclude -, perché dal suo atteggiamento traspariva chiaramente che percepita e svolgeva il suo ruolo sia come rappresentante del nostro Paese, sia al servizio delle popolazioni locali».