Centro Pagina - cronaca e attualità

Ancona

Chirurgia della mano, Torrette ai vertici europei. Riccio: «Restituita a moltissimi la funzionalità alle dita e alla mano»

La struttura diretta dal professor Michele Riccio ogni anno opera circa 1.200 pazienti, la metà dei quali giungono in seguito a traumi e infortuni. Lo abbiamo intervistato

Torrette

ANCONA – Sono circa 1.200 i pazienti operati ogni anno presso il Centro Microchirurgico dell’Ospedale regionale di Torrette diretto dal professor Michele Riccio, una eccellenza sul panorama europeo nell’ambito della chirurgia della mano con applicazione di tecniche di alta specializzazione quali la microchirurgia, i reimpianti di dita della mano e la rigenerazione dei tessuti.

Ogni anno tra i pazienti che giungono da tutta Italia a Torrette, tra i 500 e i 600 arrivano al centro, in condizioni di estrema urgenza, in seguito a gravi infortuni sul lavoro o a traumi correlati anche ad incidenti stradali. In una regione come le Marche, la cui economia è fortemente ancorata al manifatturiero, «la mano è sempre più spesso sollecitata e a contatto con macchinari, con una incidenza molto alta dei traumatismi», spiega il professor Michele Riccio.

In Italia sono pochissimi i centri, in grado, come quello di Torrette, di salvare dita e mano con tecniche microchirurgiche, trasferendo tendini, tessuti e nervi, permettendo ai pazienti di recuperare la funzionalità dell’arto superiore e di tornare così a condurre una vita normale. E sono «moltissimi i pazienti ai quali abbiamo restituito piena funzionalità alle dita e alla mano».

L’intervento

Il professor Michele Riccio

Uno dei casi più recenti è quello di un bambino di 7 anni di Sulmona, giunto alla struttura di Chirurgia Ricostruttiva e Chirurgia della Mano dell’Ospedale di Torrette di Ancona, in seguito ad un trauma amputativo subtotale del secondo dito della mano destra, che si era verificato il 3 ottobre scorso in seguito ad un trauma accidentale con un ingranaggio di una ruota.

Il piccolo paziente abruzzese, dopo una serie di accertamenti svolti al Pronto Soccorso del Salesi di Ancona, è stato trasferito presso il Centro Microchirurgico dell’Ospedale di Torrette dove è stato operato con successo. Un intervento durato più di 4 ore ed eseguito da una equipe medica composta dai chirurghi plastici e microchirurghi dell’Unità di Chirurgia Ricostruttiva e Chirurgia della Mano, Francesco De Francesco, Angelica Aquinati e Pasquale Gravina, guidata dal professor Riccio, e con il supporto dell’ortopedico pediatra della struttura di Ortopedia Pediatrica, Chiara Racciatti, unità diretta dal professor Antonio Gigante.

Grazie all’intervento reso complesso dalla giovane età del bambino, l’equipe è riuscita a “riallacciare” tutte le piccole strutture artero-venose, nervose, ossee e tendinee del dito della mano destra, con pieno successo.

La malattia di Dupuytren

Tra i casi che giungono all’attenzione della struttura di Chirurgia Ricostruttiva e Chirurgia della Mano dell’Ospedale regionale di Torrette diretto dal professor Michele Riccio, ci sono anche pazienti affetti da patologie croniche che interessano la mano. Fra queste c’è anche il morbo di Dupuytren, una malattia altamente disabilitante, la cui diffusione anche in Italia è in aumento.

Un momento del congresso

Una patologia che è stata al centro del 59esimo Congresso Nazionale della Società italiana di Chirurgia della Mano, di cui il professor Riccio è il presidente, e che si è svolto ad Ancona dal 14 al 16 ottobre 2021. Si è trattato del primo congresso in presenza, dopo l’avvento della pandemia di Covid-19.

Il morbo di Dupuytren, se non trattato tempestivamente comporta una chiusura in flessione delle dita con incapacità di utilizzare la mana o, in alternativa, interventi chirurgici pesanti per il paziente. «Questi sono pazienti che se non trattati precocemente – spiega il professor Michele Riccio – vivono una vita di relazione e una vita lavorativa di pessima qualità e che spesso non possono più provvedere ai propri bisogni giornalieri».

Tra le terapie impiegate per questa patologia, c’era l’enzima collagenasi, prodotto da una casa farmaceutica statunitense che nell’ultimo periodo aveva smesso di esportare il farmaco al di fuori degli USA. E proprio in occasione del 59esimo congresso organizzato dal professor Riccio è stata lanciata a livello mondiale la prima collagenasi di ottima qualità di produzione tutta italiana.

«Fra breve tempo, i pazienti affetti da questa malattia – spiega – potranno disporre di una collagenasi italiana che la ricerca sperimentale e l’impiego clinico del primo trial hanno dimostrato essere più pura e più efficace di quella statunitense».

Un orgoglio, la ricerca italiana, che ha consentito di «colmare un vuoto assistenziale a livello europeo. La disponibilità della collagenasi è uno strumento terapeutico molto importante perché consente di guarire precocemente il Morbo di Dupuytren senza chirurgia bensì con la semplice infiltrazione delle corde fibrose mediante l’enzima collagenasi, la quale digerisce le corde stesse consentendo senza bisturi la distensione delle dita».

L’effetto della pandemia

Il professor Michele Riccio

L’effetto di rallentamento indotto dalla pandemia sulle attività operatorie non urgenti, si è fatto sentire anche nella struttura di Ancona, come nel resto del Paese e nelle altre specialità. «Le sale operatorie si erano trasformate in sale rianimatorie» durante i mesi più bui della pandemia, ricorda il professor Riccio, quando i pazienti affetti dal virus affollavano gli ospedali, costretti a rivedere e riadattare l’organizzazione di interi reparti e blocchi ospedalieri per far fronte a questa enorme ondata di ricoveri.

Nonostante la pandemia però «non c’è stata alcuna riduzione del numero dei traumi» osserva il professor Riccio, «eccetto che nei primi mesi del 2020. Nel 2021 stiamo vedendo gli stessi numeri che avevamo anche negli anni precedenti» e se sul fronte delle urgenze «abbiamo adempiuto pienamente al nostro dovere», resta da colmare un gap sul fronte dell’attività di elezione, un nodo che accomuna ogni ospedale italiano.

«Purtroppo non c’è un vero piano di recupero nazionale- spiega – e nel nostro Paese abbiamo circa un 30% in meno di operatori sanitari rispetto agli standard europei. Senza un potenziamento della sanità con l’assunzione di nuovi medici e infermieri, sarà più complesso recuperare i ritardi accumulati a causa della pandemia».