“Odio gli indifferenti”, così Jesi celebra Antonio Gramsci

Opere bellissime e molto diverse tra loro quelle allestite nella mostra a Palazzo Santoni, dedicate al politico comunista sardo in occasione dell’ottantesimo della morte. Ad inaugurare l'esposizione l'onorevole Massimo D'Alema

La mostra dedicata ad Antonio Gramsci a Palazzo Santoni
La mostra dedicata ad Antonio Gramsci a Palazzo Santoni

JESI – Non hanno esitato a produrre opere dedicate ad Antonio Gramsci i sedici artisti coinvolti nella mostra “Odio gli indifferenti” a cura dell’Istituto Gramsci Marche, sezione Jesi e Vallesina.

D’alema e Giancarlo Bassotti

L’esposizione, bellissima per varietà di tecniche ed allestimento, è curata da Giancarlo Bassotti, mentre il testo critico del catalogo è firmato da Giuseppe Salerno. In mostra a Palazzo Santoni, tutti i pomeriggi dalle 17 alle 19.30 fino al 10 dicembre, le opere di Angelo Accadia, Mario Boldrini, Pietro Cacciani, Carlo Cecchi,  Franco Cecchini, Leonardo Cemak, Giulia Di Vitantonio, Maria    Vittoria Franceschi, Alessandro Gigli, Guglielmo Girolimini, Lughia, Martina Marchetti, Leonardo Meschini, Dino Mogianesi, Bob Money e Luigi Pennacchietti. Una mostra che si estende al Palazzo Comunale dove campeggia, prima della sala Giunta, il bellissimo dipinto di Franco Bugatti, artista jesinod a anni a Roma, che ritrae una figura femminile sdraiata e senza vita. Si tratta di Edith Luisa Cavell, infermiera inglese catturata e uccisa dai tedeschi, la cui morte aveva spinto Gramsci a scrivere un articolo: la donna durante la prima guerra mondiale lavorava in un ospedale di Bruxelles, fu uccisa perché aveva curato dei prigionieri inglesi. Le parole di Gramsci, che campeggiano sullo sfondo dell’opera furono pubblicate sull’avanti nel 1916.

Il popolo seduto – Lughia 2008

Diversa dalle altre, l’istallazione di Lughia dal titolo “Il popolo seduto”, già esposta in altre città italiane: «Il popolo si siede davanti alla tv e mette da parte le ideologie – spiega l’artista – Siamo come ipnotizzati da questa società e gli ideali rimangono sullo sfondo». «Nelle opere si leggono molti elementi diversi – spiega il critico Salerno – le grate della prigione, i muri dove l’ideologia che non si può spiegare viene disegnata, nelle opere di Bon Money e Cemak la figura di Gramsci accostata al Che Guevara e a Pasolini, mentre nelle foto di Mogianesi vediamo una società liquida, isolata in cui Gramsci non c’è perché non può esserci. In molte opere c’è un’analisi contemporanea mentre in altre si rifanno ad ideologie e alla memoria. Nell’insieme questa mostra è una fotografia di oggi, del presente, di quello che è stato e di ciò che è rimasto». Ha inaugurato l’esposizione l’onorevole Massimo D’Alema ospite dell’Istituto Gramsci.