Jordan Stone a Jesi: film in inglese con il produttore di Spike Lee

Appassionato cineasta americano che ha girato il mondo e da oltre un ventennio è a Milano per amore, sposato alla stilista Marina Spadafora, il 7 marzo è al Teatro Cocuje per la proiezione di "The Anderson Tapes" di Sidney Lumet in lingua originale. Lo abbiamo intervistato: «Se taglio la mia pelle non c'è sangue, c'è pellicola»

Jordan Stone
Jordan Stone

JESI – Jordan Stone, cineasta a tutto tondo, regista, produttore, sceneggiatore, divulgatore, è un vulcano di creatività e passione cinematografica e una cineteca vivente di film visti, fatti, spolpati, amati, vissuti. Spesso accanto ai più grandi nomi della settima arte, da Bernardo Bertolucci a Spike Lee. Come dice lui stesso, “se taglio la mia pelle non c’è sangue, c’è pellicola”.

La sua vivace cultura cinematografica ora è a disposizione di Jesi. E anche la sua lingua madre: l’inglese. Giovedì 7 marzo, infatti, al Teatro Cocuje di Jesi, il teatro sul fiume in via dell’Esino 13, sarà proiettato il film The Anderson Tapes (Rapina record a New York) del 1971 di Sidney Lumet, in inglese con sottotitoli in inglese. La proiezione (alle 20.30) sarà introdotta (alle 20) da un’amabile presentazione e conversazione in inglese, con Jordan Stone, americano che ha girato il mondo e da oltre un ventennio è residente a Milano dove è sposato con la stilista Marina Spadafora, e Ben Mayall, figlio del cantante inglese John Mayall, londinese da anni lettore madrelingua nelle scuole jesine. Si tratta di un evento parte di un ciclo di proiezioni, una al mese, di un cartellone in via di definizione. Una bella opportunità per gli amanti del cinema e per studenti (e non) che vogliano migliorare e provare il loro inglese.

A Jordan Stone, che con il suo CinemaStone crea e diffonde cinema, chiediamo di più di questa iniziativa e del suo ricco mondo fatto di celluloide.

Jordan Stone con la regista Sofia Coppola
Jordan Stone con la regista Sofia Coppola

Signor Stone, come nasce l’idea di proiettare a Jesi film in inglese con sottotitoli in inglese e commento in inglese?
«Sono americano, mi sono trasferito qui in Italia quasi 25 anni fa. I miei genitori (Barbara e David Stone, ndr) si sono trasferiti a Londra nel 1971 e nel 1974 hanno aperto il cinema Gate a Notting Hill Gate e la casa di distribuzione Cinegate. Sono cresciuto con una vita da Nuovo Cinema Paradiso: a 12 anni ho iniziato il lavoro nel cinema, biglietti, pop corn, il proiettore… A casa ho sempre avuto artisti e produttori, sono cresciuto in un’atmosfera da festival. Quando mi sono trasferito a Milano, nel 1994, ho iniziato un programma di promozione cinematografica al cinema Mexico e al cinema Centrale. Per un paio di anni ho lavorato con Antonio Sancassani del Mexico, sempre per un programma di film in lingua originale, poi ho ricevuto tanti inviti per parlare della mia esperienza cinematografica, all’università Bocconi, a Brescia, alla scuola Mohole di Milano. Questo anche perché lavoro con gli stranieri che girano qui in Italia: cinema, pubblicità, video musicali… Come produttore italiano ho lavorato con Sofia Coppola (con cui abbiamo vinto il Leone d’oro a Venezia per Somowhere), Spike Lee, Mike Figgis.
Ho sempre in mente o in atto progetti per proiettare film in lingua originale, con amici, in luoghi pubblici o privati. E ho anche abbastanza esperienza per parlare approfonditamente dei film. Sono un vecchio amico di Francesca Anibaldi, jesina, e di suo marito Ben Mayall, professore di inglese a Jesi, così ho pensato di fare una bella cosa insieme. L’anno scorso ho proposto a Ben: “Dai, troviamo un bel posto a Jesi”. E così è stato. Ben ha contattato Gianfranco Frelli del Teatro Cocuje, anche lui favoloso, che ha subito pensato a organizzare un evento, una volta al mese. È una bella opportunità per studenti italiani che vogliano migliorare l’inglese con conversation. Io sono uno straniero newyorchese, londinese, losangelino: per me è un’iniziativa culturale».

È il secondo film che proiettate al Teatro Cocuje.
«Sì, la prima volta è stata a fine gennaio con un film degli anni ’50 con Tony Curtis e Burt Lancaster, uno dei miei film preferiti, Sweet Smell of Success (Piombo rovente). Devo ancora capire che tipo di film apprezza di più il pubblico. I miei film preferiti sono degli anni ’40-’50, in lingua originale. Non mi piacciono i film degli ultimi trent’anni. Oggi c’è un imperversare di blockbuster, che è intrattenimento, sì, ma preferisco spendere il mio tempo libero per vedere i film di cinquant’anni fa».

Perché ha scelto The Anderson Tapes di Lumet per la proiezione del 7 marzo?
«The Anderson Tapes è uno dei film che amo di più, per tre ragioni: Sean Connery è incredibile, un mito; c’è un giovane Christopher Walken – che oggi è anche lui un mito – a uno dei suoi primi lavori; il film appartiene al periodo migliore del cinema americano anni ’70. C’è azione, c’è la musica di Quincy Jones e ovviamente Sidney Lumet è un regista incredibile. Dopo la proiezione comunque voglio parlare con il pubblico per capire la strada giusta da seguire per i prossimi titoli. Posso scegliere anche film più oscuri, strani, pericolosi. Ho una bella collezione di quasi mille dvd. Ci sono tante possibilità: possiamo optare anche per musical con Gene Kelly e Fred Astaire o per film di gangster in bianco e nero anni ’30 e ’40… Il programma è in definizione».

Lei è un fiero sostenitore del cinema in lingua originale, che in Italia fa un po’ fatica ad attecchire.
«Quando a Milano ho iniziato a proporre proiezioni di film in lingua originale, ai giornalisti ho detto “I want to show all the films again for the first time”: voglio far vedere tutti i film di nuovo, però per la prima volta, perché sono in lingua originale. Un domani vorrei proiettare anche film in prima visione in lingua originale.
L’Italia è una bella base di cinema, anche nel cinema muto di centocinquant’anni fa c’erano registi italiani. C’è una bella cultura cinematografica anche se oggi non c’è un bel mondo di case di distribuzione e manca un vero cinema indipendente. Sancassani del Mexico è uno dei rari esempi di cinema indipendente: i registi italiani con un film ma senza casa di distribuzione vanno direttamente da lui e lui proietta i film in prima visione».

Jordan Stone con la moglie stilista Marina Spadafora
Jordan Stone con la moglie stilista Marina Spadafora

Per lei il cinema è questione di dna, è passione, ma anche il suo lavoro.
«Lavoro come filmmaker per progetti miei, molto intimi e interessanti. Come regista giro tutto il mondo, lavoro con mia moglie stilista e poi ogni tanto per i suoi progetti di consulenza andiamo insieme in Tanzania, Etiopia, Ecuador, Perù, per cooperazioni con Prada, Vogue Italia, Altromercato. Marina lavora nella moda etica e sostenibilità, quindi ci sono sempre iniziative interessanti e per ogni progetto è richiesto un film. Abbiamo visto quasi tutto il mondo insieme.
Io sono cresciuto nel mondo di Bernardo Bertolucci, Francesco Rosi, i miei genitori hanno lavorato con loro, erano a casa nostra. Poi la German New Wave, i tedeschi Fassbinder, Wim Wenders, anche i francesi, Agnès Varda… Amo anche il cinema muto e, quando a Pordenone ci sono le Giornate del cinema muto (che bello!), vado due o tre giorni a vedere i film restaurati. Se taglio la mia pelle non c’è sangue, c’è pellicola».

Jordan Stone con il regista Spike Lee
Jordan Stone con il regista Spike Lee

È stato felice dell’Oscar vinto da Spike Lee?
«Sì, sono contento per lui. Già dopo i Bafta inglesi gli ho mandato un messaggio con su scritto: “Bravo, finalmente”; lui ha risposto: “Thank you, sir”».

Tra i registi italiani contemporanei quindi non apprezza nessuno?
«No, anche se ovviamente guardo comunque tutti i film. Dieci anni fa Paolo Sorrentino era molto interessante, ora meno. Anche Luca Guadagnino. Entrambi hanno avuto troppo successo e non hanno nessuno che ora dica loro: “No, è troppo strano”. È così ovunque: quando un artista è molto famoso, è difficile trovare qualcuno vicino che lo critichi e lo contenga. Ho trovato i loro ultimi film troppo esagerati. Però chapeau, perché lavorano e con le loro troupe fanno lavorare tanta gente».

Come regista a cosa sta lavorando ora?
«Ho sempre cinque o sei progetti per le mani. Uno è sulla storia dei miei genitori. Ho iniziato anche un film su Dick Gregory, stand up comedian, il primo comico nero americano ad aver parlato in piedi di fronte a un pubblico bianco. Quando ha chiesto e ottenuto di esibirsi al Playboy Club di Chicago, il mondo dell’entertainment è cambiato per sempre. Con Marina, mia moglie, abbiamo un bel progetto sul suo lavoro con gli artigiani di tutto il mondo. E poi forse domani riceverò una chiamata per realizzare qualche altro filmato. Sono sempre in standby con la mia vita».

E in fermento. Appuntamento con Jordan Stone per giovedì 7 marzo al Teatro Cocuje di Jesi!