Femminicidio: le parole giuste per raccontare la violenza maschile sulle donne

A Jesi l’impegno femminista è vivo e vegeto, c’è da anni e prosegue la sua battaglia: «Termini giusti e sostegno ai centri antiviolenza: oggi non c'è niente da festeggiare» il monito del gruppo Non una di Meno

JESI – Niente numeri, limitare la violenza maschile sulle donne al conteggio degli episodi non serve. Parole, queste si che servono a dare il giusto nome e il giusto peso ad un fenomeno che non è un emergenza perché, in quanto tale, avrebbe un inizio e una fine. A Jesi l’impegno femminista è vivo e vegeto, c’è da anni e prosegue la sua battaglia nelle piazze e non solo.

non una di meno jesiParole, la violenza passa anche da queste. “Raptus”, “follia”, “non ci sono parole” per spiegare una tragedia.

Cosa pensate di queste parole, le più usate per descrivere episodi di violenza maschile sulle donne?
«Le parole contano eccome – spiegano le donne di Non una di meno Jesi – Femminicidio è la parola giusta per descrivere l’omicidio di una donna, e il motivo: una donna è morta perché donna, per mano di un uomo violento. “Tragedia” è la parola sbagliata, sembra che le persone coinvolte siano in balia di un tragico destino e invece no, chi ha ucciso è un uomo. Gli episodi si susseguono in tutto il Paese e continuiamo a leggere di uomini che hanno agito “esasperati dalla separazione”. Questo è un alibi che non accettiamo, la decisione di interrompere una relazione non può essere considerata una scusa per uccidere. Tanto più che, come sempre accade, l’episodio irreparabile è l’esito di una relazione violenza».

Feriscono le parole e feriscono anche i retroscena: episodi di violenze da parte degli uomini o timori che ciò accada vengono spesso denunciati dalle donne..
«Si, e non bastano. Non basta denunciare la paura, ma è importante continuare a farlo. I centri antiviolenza però vengono impoveriti, mancano le risorse a quei soggetti che la paura di un’azione violenza la prendono come una denuncia seria fatta da una donna che è ancora viva».

Educazione nelle scuole, manifestazioni in Piazza, il lavoro quotidiano dei centri antiviolenza. Il patriarcato, la convinzione che uno schiaffo dato “per gelosia” sia cosa buona e giusta, il possesso della donna da parte del partner, sono convinzioni molto radicate. Cosa vi preoccupa di più?
«Oltre al futuro del centri antiviolenza ci preoccupa il fatto che la politica, e ci sono appena state le elezioni, non prenda in considerazioni azioni serie su questo fronte. I programmi elettorali non ne parlano, l’assenza delle istituzioni colpisce, eppure dove evitare stragi annunciate di donne e bambini dovrebbe essere priorità per l’agenda politica. Il possesso di un’arma è un’aggravante, soprattutto se quell’uomo è stato già segnalato per la sua violenza, soprattutto se una donna ha detto di aver paura».