Decreto sicurezza, il prefetto non partecipa all’iniziativa

Le commissioni congiunte hanno discusso oggi pomeriggio le nuove norme, con particolare riferimento alla questione migranti, grazie alle indicazioni dell'Azienda Pubblica Servizi alla Persona

Il confronto sul Decreto Sicurezza a Jesi

JESI – Decreto sicurezza, il prefetto Antonio D’Acunto non riesce a presentarsi in aula consiliare, a causa di impegni concomitanti. E non manda alcun delegato da Ancona. Il confronto politico, ad ogni modo, va in scena lo stesso, a commissioni congiunte, grazie alle informazioni fornite dall’Azienda Pubblica Servizi alla Persona, rappresentata da Franco Pesaresi e da Sergio Mosconi. Accanto a loro diverse associazioni di volontariato della città.

La scorsa settimana, il Comune ha invitato la Prefettura a prendere parte alla riunione, con l’obiettivo di approfondire le ricadute sul territorio del cosiddetto decreto Sicurezza, pure denominato “Salvini”, con riferimento alla questione migranti. Assemblea comunque molto interessante, con diversi cittadini a seguirla.

Franco Pesaresi ha detto che quello gestito dalla “sua Asp”, per Comuni coinvolti (22), è lo Sprar più grande d’Italia. Terzo per numero di migranti gestiti, 492 (2678 Roma, Bologna), equivalenti al 37% dei casi delle Marche. A Jesi ve ne sono 50 di persone “protette”. Complessivamente, con riferimento appunto ai 22 Comuni, gli appartamenti gestiti, in cui vivono i rifugiati e i richiedenti asilo, sono 90. Il decreto, secondo Pesaresi, «punta a privilegiare le grandi strutture e le grosse concentazioni, rispetto alla frammentazione diffusa», che, sempre secondo la Asp, è preferibile per una questione di integrazione sociale.

Nel nuovo capitolato i 35 euro al giorno (che vanno al gestore dello Sprar, che lo utilizza per corsi di italiano, formazione e inserimento) calano a 21 euro, «cifra con cui diventa difficile gestire un progetto del genere». Il migrante riceve 2,5 euro al giorno in contanti. Un centinaio le persone che lavorano nello Sprar sul territorio. Aumenterà nel contempo l’impegno economico del governo in favore dei minori.

La grande incognita, secondo Pesaresi, è relativa al fatto che «attualmente i centri di rimpatrio non ci sono ancora e chi resta fuori dalla protezione umanitaria, forma di accoglienza non più prevista e che riguardava il 25% degli arrivi in Italia (al 58% veniva negato riconoscimento dello status di rifugiato, il resto otteneva tale riconoscimento), resta a spasso senza tutela alcuna».