Dall’Iran a Maiolati per amore. La storia di Anahita

Colmare una distanza geografica con l'amore per l'arte e per la terra che adesso è la sua casa. La storia di Anahita Hoseinpour Dowlatabadi tra integrazione e ideali

Anahita Hoseinpour Dowlatabad

MAIOLATI SPONTINI – «Cambiare paese, famiglia, cambiare modo di vivere è stata una rinascita. Non è stato semplice, l’integrazione è un percorso lungo e pieno di ostacoli». Parola di Anahita Hoseinpour Dowlatabadi, la giovane designer iraniana che nel 2006 è venuta in Vallesina. Ora membro di diverse associazioni del territorio, in cui la popolazione straniera (esclusi i cittadini italiani di origini straniera) sono 485.

Anahita ha conosciuto suo marito su un pullman in Iran, due destini già legati: lei voleva venire in Italia per studiare design a Milano, lui era all’estero per studiare la cultura persiana.

Come ti trovi qui e quali sono le difficoltà che hai incontrato?

Uno scorcio della mostra

«Teheran è una città con milioni di abitanti, in generale l’Iran ha una popolazione molto giovane e quindi molto attiva. Il primo anno a Maiolati è stato molto duro: non avevo la macchina, non conoscevo nessuno, non sapevo come muovermi. I collegamenti in Iran sono semplicissimi ed economici, prendere il pullman è un gioco da bambini, non ho trovato qui la stessa semplicità. Ora vivo in campagna, la famiglia di mio marito mi ha insegnato a coltivare l’orto, a fare le tagliatelle. Ho subito episodi di razzismo ma per fortuna le persone non sono tutte così».

Il popolo italiano e quello iraniano, in cosa sono simili?
«In Iran si dice che gli italiani siano socievoli, trovo che sia vero. Anche gli iraniani sono un popolo chiacchierone e socievole. In Italia imprecazioni e parolacce sono molto diffuse, in Iran decisamente no».

Anahita con il sindaco Domizioli

Con il comune di Maiolati Spontini, la Pro Loco e la Casa delle Culture hai organizzato una mostra bellissima “Il lungo viaggio dell’arte sulla Via della Seta”, attraverso il quale hai portato in Vallesina la cultura iraniana. Che esperienza è stata?
«Sono uscita dal mio guscio, è stato fantastico, mi sono sentita a casa. Il Comune e le associazioni stanno facendo un grande lavoro per l’integrazione, lo straniero non può fare tutto da solo deve essere aiutato dalle istituzioni che devono prendere in considerazione anche le culture di provenienza. Le vie della seta, sostenuto anche dall’istituto culturale iraniano, è stato anche questo: i bambini delle scuole, i visitatori mi hanno fatto domande, chiesto curiosità…per un po’ ci siamo dimenticati le divisioni che il mondo sta vivendo in queste settimane, anche per questo voglio continuare a proporre altri paesi da mettere in mostra alla biblioteca La Fornace. L’arte non ha confini, non ha limiti di estensione e scorre anche nelle vene più sottili».

Istituzioni e collaboratori della mostra curata da Anahita

Dall’Italia come porti avanti le battaglie del tuo Paese?
«Ho molto a cuore la condizione femminile in Iran dove avvocatesse e attiviste stanno facendo un grande lavoro per l’autodeterminazione. La stessa battaglia la combatto in Italia. Ho partecipato l’8 marzo a Jesi al corteo Non una di Meno: le donne di Jesi mi hanno fatto sentire una di loro, non dimenticherò mai quel giorno».

Integrazione, cosa ancora non va?
«La scuola sta facendo un grande lavoro con i bambini, non è stato sempre così lo vedo dai racconti dei miei figli. Adesso sono entrata nel consiglio di istituto della scuola e molte mamme straniere si rivolgono a me per le richieste più disparate. Questo mi ha fatto pensare che la società non può finire dove finisce la mia famiglia, che bisogna aprirsi e investire tempo nell’integrazione».