Macbettu, approda a Jesi lo spettacolo che tutti vogliono vedere

Con il pluripremiato Macbettu di Alessandro Serra prosegue sabato 16 e domenica 17 marzo la stagione di prosa del Teatro Pergolesi di Jesi. L'intervista a Leonardo Capuano, protagonista nel ruolo di Macbeth

Arriva il 16 e 17 marzo anche a Jesi, al Teatro Pergolesi per la Stagione di prosa della Fondazione Pergolesi Spontini in collaborazione con Amat e Comune di Jesi, il fenomeno “Macbettu”, spettacolo vincitore del Premio Ubu nel 2017 – il massimo riconoscimento della critica teatrale nazionale – e di innumerevoli altri premi tra cui al Festival Mess Awards di Sarajevo il riconoscimento ad Alessandro Serra come miglior regista, il The Golden Mask Award by Oslobodenje e The Luka Pavlovic Award by theatre critics. È lo spettacolo che tutti vogliono vedere, e che sta facendo il giro del mondo dal suo debutto nel gennaio 2017: oltre 100 le repliche nel 2018, non solo in Italia ma anche in Bosnia-Erzegovina, Georgia, Sudamerica, e una tournée fitta fitta di date per il 2019 che si concluderà a settembre in Perù e Giappone.

“Macbettu” è il Macbeth di Shakespeare – una tragedia fosca, cruenta, archetipo universale dell’ambizione umana e della sete di potere che accompagna l’uomo dalla notte dei tempi – ma, lo dice il nome stesso, non è la ‘solita’ rilettura del capolavoro del ‘Grande bardo’. È uno spettacolo recitato in sardo (sopratitoli in italiano) e, come nella più pura tradizione elisabettiana, interpretato da soli uomini. Il regista Alessandro Serra si è ispirato ai carnevali della Barbagia, alle tradizioni secolari di una terra antichissima: danze, suoni di campanacci, fosche maschere, sangue, vino, le forze ancestrali della natura, le pulsioni umane, pietre e polvere, sughero e pelli di animali. Ecco quindi Macbettu valicare i confini della Scozia medievale per riprodurre un orizzonte ancestrale, in cui la Sardegna come terreno di archetipi, luogo di pulsioni dionisiache, e la lingua sarda si trasforma in un canto che sottolinea la potenza dei gesti degli attori e degli oggetti in scena.

Perché piace tanto questo Macbeth? Lo chiedo a Leonardo Capuano, che nello spettacolo interpreta Macbeth, il signore di Glamis e generale di re Duncan di Scozia, che ucciderà per succedergli al trono. «Credo – spiega Capuano – che agli spettatori piaccia la qualità del lavoro fatto dall’intera compagnia e dalla bellezza e particolarità del progetto di Alessandro Serra. Noi stessi, come attori, ne siamo stati conquistati Il regista ha cercato una compagnia in larga parte composta da attori sardi; io vengo da Cagliari ma altri vengono dalla Barbagia, una terra dura, fiera, antica… qui vivono uomini e donne scolpiti nella pietra, che partecipano intensamente della cultura e delle tradizioni che si vedono in scena. Si è prodotta tra noi e con il regista una bellissima alchimia, in cui ciascuno ha portato competenze particolari. Abbiamo lavorato intensamente per quasi un anno, senza accontentarsi, facendo il meglio che potevamo fare talvolta per 12 ore al giorno. Sardegna Teatro, l’ente produttore, ci ha dato un’opportunità fantastica, difficile oggi poter lavorare con questa tranquillità, invece che comprimere tutto il lavoro in 30 giorni di produzione come di solito accade».

Come riuscite a comunicare in ogni angolo del mondo, a pubblici di culture e lingue tanto diverse?
«Rappresentando lo spettacolo in tanti Paesi, abbiamo visto che il dialetto barbaricino non è un impedimento alla comprensione, la sua musicalità si fonde perfettamente con le immagini, le vicende, le scene. È una lingua cruda, secca, violenta e divertente, che crea una drammaturgia perfetta. All’inizio non usavamo i sopratitioli, poi ci siamo resi conto che alcuni teatri li preferivano per cui li abbiamo introdotti; notiamo comunque che fino ad un certo punto gli spettatori li leggono, poi li abbandonano molto presto e si abbandonano completamente al flusso dello spettacolo e al suono audace della lingua sarda che produce un bello scossone. Quando siamo all’estero, e siamo stati in tanti luoghi tra cui Brasile, Polonia, Colombia, non ci è mai capitato che qualcuno ci dicesse ‘la lingua sarda’, sono rimasti abbagliati dallo spettacolo e dalla sua particolarità».

Come ha reso la figura di Macbeth?
«È un personaggio molto difficile, se lo dovessi rendere con il suono di uno strumento direi che è più una chitarra elettrica che un violoncello… È un personaggio che non puoi interpretare se non hai un supporto di vita vissuta e di esperienza molto intensa, perché tocca corde forti e profonde. Dopodiché c’è stato il lavoro teatrale fatto insieme a Serra e alla compagnia; è stata una creazione collettiva, con alessandro che ci ha dato delle suggestioni su cui lavorare e noi che abbiamo tirato fuori suggestioni, idee, atteggiamenti, esperienze umane… Un materiale enorme, da cui lui ha attinto e che ha via via scelto e modificato».

C’è anche una Lady MAcbeth al maschile, con barba e fazzoletto nero in testa. Qualcuno ha scritto di lei che è “una sorta di fusione fra la maga Circe e Concita Wurst”.
«Lady in scena è interpretata da Fulvio Accogli, un bravissimo attore ed insieme un ragazzo dalla bellezza sconvolgente. È un personaggio perfettamente coerente con la particolarità dello spettacolo ‘tagliato’ sulle tradizioni sarde: nella nostra terra chi comanda sono le donne, dunque questo non è molto lontano da quanto il dramma propone, con una Lady artefice del dramma e perfettamente inserita nella trama di follia, desiderio e sogno di potere».

Nella trama c’è una perfetta corrispondenza con il Macbeth di Shakespeare?
«Ci sono cose di cui l’autore scrive ma che lascia solo immaginare, noi invece le mettiamo in scena, come i corpi morti del re Duncan e di Banquo».

Macbeth lo abbiamo visto rappresentato in tanti modi, e continueremo a vederlo. Perché questo amore del pubblico verso la tragedia di Shakespeare?
«È un dramma ancora oggi attualissimo, racconta la fame di potere degli uomini, il bisogno di gestire persone e cose, una pulsione che accompagna da sempre il genere umano. Come in Amleto, paradigma del dubbio, la forza dei drammi shakespeariani è che raccontano l’uomo nel suo io più profondo».