Perché Green Book ha vinto l’Oscar 2019

Film contro il razzismo, è la storia vera di un'amicizia inaspettata tra un buttafuori italoamericano e un pianista afroamericano. Divertente e pieno di umanità, calca la strada del riscatto del mondo black

Green Book
Mahershala Ai e Viggo Mortensen nel film "Green Book" (Foto: Eagle Pictures)

Accantonati gli Oscar 2019, con ancora negli occhi lo sguardo bellissimo tra Bradley Cooper e Lady Gaga che sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles cantano Shallow, a prevalere è la delusione per La favorita. Accanto a stille di gioia per Green Book.

Green Book di Peter Farrelly, a sorpresa, ha vinto l’Oscar più prestigioso come miglior film. Oscar che, senza esitazione, nei panni dell’Academy avrei consegnato a La favorita di Yorgos Lanthimos, il grande sconfitto che nonostante le dieci nomination è andato a casa con una sola statuetta, vinta da Olivia Colman come migliore attrice protagonista.

Prima della notte fatidica, la sfida sembrava essere tutta tra La favorita e Roma di Alfonso Cuarón, entrambi frontrunner con dieci candidature, entrambi vincenti a Venezia 2018 (rispettivamente con il Leone d’argento e il Leone d’oro). Alla fine tra i due è sbucato il terzo incomodo, Green Book, che al mio palato è la scelta migliore dopo La favorita, film in costume in cui con ironia e corrosività si narrano astuzie, manipolazioni e giochi di potere, sesso e amore alla corte della regina Anna d’Inghilterra, in un pericoloso e divertente gioco a tre (donne).

Che film è, invece, Green Book, il vincitore? È una storia contro il razzismo, calda e simpatica, che tanto fa ridere e scalda il cuore di positività. Non a caso il regista è lo stesso di cult comici come Tutto pazzi per Mary e  Scemo & più scemo, che questa volta però mette da parte i toni demenziali a favore dell’impegno civico. È pure un film piacione, che calca i luoghi comuni con umorismo e strizza l’occhio allo spettatore.
Il tutto partendo da un punto fermo: una storia vera, l’insolita amicizia tra il buttafuori italoamericano Tony Lip, padre dello sceneggiatore Nick Vallelonga, e il pianista afroamericano Don Shirley. L’uno è ingaggiato dall’altro per accompagnarlo in un tour musicale nel sud degli Stati Uniti ancora razzisti di inizio anni Sessanta.
A interpretarli, rispettivamente, Viggo Mortensen e Mahershala Ali, che per il ruolo ha vinto l’Oscar come migliore attore non protagonista (già due anni fa vinse l’Oscar come migliore attore protagonista per Moonlight, primo musulmano a ottenere tale premio).

Al cinema dal 31 gennaio, Green Book ha vinto anche l‘Oscar per la migliore sceneggiatura originale e c’è da giurare che d’ora in poi moltiplicherà le programmazioni in sala.
Nell’America di Hollywood che vuole reagire alla politica di chiusura del presidente Trump che erge muri (tra Messico e States), Green Book è un racconto di accoglienza e superamento dei pregiudizi che non poteva non piacere all’Academy. Inoltre, continua anche a calcare la strada di reazione a #OscarSoWhite del 2016, come riscatto del cinema black in passato trascurato.

Se proprio La favorita doveva essere snobbato così amaramente dai giurati, ok, che Green Book sia levato agli allori.