Volontariato, perchè lo fai?

La scelta di fare volontariato può nascere non solo dall'altruismo ma anche dalla necessità di appagare bisogni personali. Riconoscerlo e accettarlo permette di essere volontari migliori

Lucia Montesi
Lucia Montesi

«Che brave persone!», «Meno male che c’è gente come loro!», «Sono angeli che si sacrificano per gli altri», ma anche «Come mai lavora gratis? Qualcosa ci guadagna di sicuro», «Invece di andare in giro ad aiutare estranei, perché non aiuta in casa propria?», «Fa volontariato solo per farsi dire quant’è brava!».

Qual è l’immagine sociale del volontario? Da una parte è una figura idealizzata, con un alone di positività. A chi fa volontariato vengono solitamente attribuite lodevoli qualità: sarà sicuramente una persona positiva, altruista, migliore di altre e da ammirare. D’altra parte, non mancano i sospetti sulle reali motivazioni di chi fa qualcosa per gli altri senza un guadagno economico, o considerazioni malevoli e sarcastiche. Domina ancora l’idea che dietro la scelta del volontariato ci siano motivazioni di serie A o di serie B, più nobili o meno nobili, che dietro l’apparente altruismo possano celarsi, in realtà, altri bisogni più egoistici e da guardare con riprovazione. Il messaggio che traspare è che, in questo caso, il tuo volontariato perde valore, che spacci per amore per gli altri quello che è un tuo bisogno, e questo renderebbe il volontariato un bluff.

Ultimamente si sta affermando, però, una concezione nuova del volontariato, più articolata e complessa: un impegno volto a raggiungere entrambe le cose, sia il bene dell’altro, che un benessere personale. In quest’ottica il volontario è una persona equilibrata che sa integrare l’interesse per gli altri con i propri bisogni. Ciò non toglie nulla alla grandezza dell’impegno del volontario, anzi lo connota di aspetti umani. Non deve essere qualcosa da nascondere; ha anzi una valenza positiva, perchè avere e riconoscere una gratificazione personale spinge a impegnarsi ancora di più nel volontariato.

 

Esistono diverse teorie su ciò che motiva le persone a fare volontariato. Uno dei modelli più noti è quello di Snyder che prevede sei classi di motivazioni. Ebbene…solo la prima è puramente altruistica! Tutte le altre hanno a che fare con bisogni personali. Non c’è dunque da scandalizzarsi nel riconoscere anche nella propria decisione un peso rilevante delle esigenze personali.

La prima classe di motivazioni corrisponde all’idea comune di ciò che “dovrebbe” motivare il volontariato: l’interesse umanitario, aiutare gli altri, le persone meno fortunate. Sono i valori personali di solidarietà, di equità e di altruismo. È questo che, in genere, chi fa volontariato o chiede di farlo porta come motivazione esplicita.

Nelle successive classi di motivazioni, ci avviciniamo più ai bisogni personali del volontario. La scelta può rispondere, ad esempio, alla necessità di esprimere capacità o qualità personali che altrimenti non si ha modo di mettere in pratica. Il volontariato è quindi occasione per mettersi alla prova o per sviluppare delle potenzialità.

Oppure, ciò che spinge a diventare volontario sono i valori sociali e l’interesse per le relazioni sociali, che si tratti della relazione con l’assistito, con la struttura, con il gruppo degli altri volontari. Essere parte di un’associazione permette di condividere ideali, trovare affinità, costruire nuovi rapporti, anche di amicizia; allevia la solitudine, dà occasione di relazioni positive, calorose, empatiche. Nel gruppo si impara a confrontarsi, ad accettare modi diversi di sentire e pensare, ci si sente sostenuti dagli altri.

Alcuni, in particolare i giovani, possono avvicinarsi al volontariato per avere successivamente maggiori opportunità di lavoro. Lo vivono come un’occasione per acquisire competenze, crescere, mettersi alla prova, sperimentarsi sul campo. Avere nel curriculum esperienze di volontariato è di solito un bonus che fa apparire il candidato come affidabile e disponibile.

Fare volontariato protegge anche da sentimenti sgradevoli. Protegge dal senso di colpa di essere più fortunati di altri, o permette di riparare al senso di colpa per vicende personali, in cui ci si rimprovera ad esempio di non essere stati presenti o non essere stati d’aiuto. Così può accadere che chi si rimprovera di non aver adeguatamente assistito un familiare, cerchi nel volontariato la possibilità di riparare accudendo un altro bisognoso. Occuparsi dei problemi degli altri può essere anche il modo con cui si svia l’attenzione dai propri problemi, sia nel senso di convincersi di non averne per il fatto stesso di stare dall’altra parte, nel ruolo di chi aiuta, sia nel senso di placare il dolore o l’angoscia per i propri guai concentrandosi nell’alleviare la sofferenza di altri. In questo modo, fare volontariato funge da meccanismo di difesa dal proprio dolore.

Infine, si può essere spinti al volontariato anche dal bisogno di accrescere la propria autostima attraverso il riconoscimento che si riceve. Essere rispettati, lodati, sentirsi dire “grazie”, fa sentire utili e importanti.

Ogni volontario può, ascoltandosi sinceramente, trovare in sé, in qualche misura, una o più di queste motivazioni. Ognuno può avere in sé una diversa mescolanza o combinazione di questi elementi. Ciò che conta è riconoscerlo, esserne consapevoli ed eventualmente lavorarci per un maggiore equilibrio. Accettare la nostra complessità di esseri umani ci rende più capaci di comprendere gli altri e di aiutarli.

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
Tel. 339.5428950