Visita al cimitero, oltre l’usanza anche il significato psicologico

In occasione della commemorazione dei defunti i camposanti sono più popolati del solito e le tombe abbellite da fiori. «Un rituale socialmente condiviso che permette di dare un ordine e un contenimento all'angoscia e al dolore della perdita» spiega la psicoterapeuta Lucia Montesi

In questi ultimi giorni, in occasione della commemorazione dei defunti, i cimiteri sono stati più popolati del solito, riempiti dai parenti in visita alle tombe, abbelliti dai fiori e dalle piante, molto più di quanto accada nei giorni ordinari. Alcuni aderiscono volentieri a questo rituale collettivo, altri lo respingono per motivi diversi. Alcuni non ci vanno il 2 novembre perché non hanno l’abitudine di andare al cimitero, non lo fanno mai perché sentono che il proprio caro non è lì; altri ritengono che una visita fatta solo “per dovere” o “per farsi vedere” sia solo un’usanza ipocrita, soprattutto se accompagnata dal disinteresse nel resto dell’anno; altri ancora, rifiutano di aderire a un rito di cui vedono soprattutto i risvolti commerciali e preferiscono andare in visita ai propri cari in un momento che sia più intimo e raccolto.

Ma qual è il significato psicologico del recarsi al cimitero, e che ruolo ha nell’elaborazione del lutto?
Il cimitero è un luogo fisicamente ben definito, con una connotazione sociale molto chiara e condivisa. Permette di rimanere in contatto coi defunti e ricordarli avendo allo stesso tempo il sostegno degli altri. Andare al cimitero significa recarsi in un posto che ha un suo ordine specifico, significa compiere alcune attività determinate (percorrere la strada per arrivarci, sostare in preghiera, cambiare l’acqua, pulire, sostituire i fiori), ovvero un impegno concreto che permette di dare una sorta di ordine anche al proprio dolore e di incanalarlo in modo che sia meno soverchiante. Come altri rituali socialmente codificati, andare al cimitero può contribuire a ridurre l’angoscia della morte e della perdita degli affetti. Compiere quei gesti che tutti gli altri compiono e che hanno compiuto da secoli, fa sentire meno soli, nella consapevolezza che altri hanno affrontato e affrontano lo stesso dolore. Vivere tutto questo in solitudine sarebbe ancora più devastante. La stessa funzione ricoprono anche la veglia funebre e il funerale.

Lucia Montesi
Lucia Montesi

In termini generali, le visite ricorrenti al cimitero sono perciò uno strumento utile per l’elaborazione del lutto, consentendo il ricordo in una cornice contenitiva. D’altra parte, il recarsi al cimitero può essere vissuto soggettivamente in modo molto diverso e questo può costituire anche un indicatore di come sta procedendo il lutto. Alcune persone, dopo una perdita, sentono la necessità di recarsi al cimitero anche più volte al giorno, ossessivamente, e manifestano segnali di disagio se non ne hanno la possibilità. Altre non riescono ad andarci, pur desiderandolo, perché il pensiero del proprio caro nella tomba è eccessivamente angosciante; allo stesso tempo si sentono in colpa verso il defunto e temono la riprovazione sociale. Altre persone semplicemente non sentono il bisogno o il desiderio di andarci perché hanno collocato la persona morta altrove, preferiscono avere momenti di raccoglimento in casa o in altri luoghi che identificano maggiormente come legati al proprio caro.

Recarsi o meno al cimitero non è, di per sé, un segnale di buona o cattiva evoluzione del lutto ma va letto e interpretato in base al significato che la persona gli attribuisce, alla presenza di ansia, depressione, rabbia o sensi di colpa, alla compresenza di altri indicatori. Può esserci anche la necessità di un tempo interiore, diverso da una persona all’altra, per riuscire ad andare al cimitero.

Anche bambini e adolescenti possono partecipare ai riti che riguardano i defunti. Andare in visita al cimitero permette di tenere vivo il ricordo, di sentire il legame con i parenti, di vedere e accettare che la morte fa parte della vita. Si tende a tenere i bambini più lontani possibile dalla morte nell’illusione di proteggerli dal dolore; in realtà questo non fa che renderli più sguarniti di fronte alle inevitabili perdite della vita, più soli e angosciati. La condivisione del dolore è sempre di aiuto, a patto che i bambini non debbano assistere a scene di disperazione in cui gli adulti non hanno il controllo di sé e delle proprie emozioni e non si trovino a dover, loro, confortare gli adulti. Una presenza adulta calma e rassicurante che possa accogliere anche le loro domande è invece un buon sostegno per aiutare bambini e adolescenti ad affrontare e superare anche il dolore della perdita di una persona cara.

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
Tel. 339.5428950