Apprendimento, perché pressare troppo è controproducente

Molti genitori stimolano i figli perchè apprendano di più e con migliori risultati, ma un'eccessiva pressione può sviluppare nel bambino frustrazione, ansia e insicurezza

«Se dico “il mio cane”, cos’è “mio”? Forza, cos’è? Aggettivo p…aggettivo poss…», «Aggettivo possessivo!», risponde il bambino masticando un boccone di pastasciutta. «Bene. E se invece dico “Quello non è mio”, cos’è “mio”? Dai, stai attento, cos’è?». Sto pranzando al bar e noto al tavolo a fianco una mamma con due bambini, entrambi in età da scuola primaria. Da almeno venti minuti la mamma, che non mangia, interroga e spiega animatamente argomenti di grammatica italiana. I bambini si sforzano di rispondere esattamente, e intanto le forchette restano a mezz’aria e il pasto procede a stento. Dovranno ripassare per un compito o un’interrogazione, mi dico perplessa.

Lucia Montesi
Lucia Montesi

Poco dopo, mentre attendo alla cassa per pagare il conto, arriva la bambina con delle banconote in mano mentre dal fondo della sala la madre la esorta con continui suggerimenti: «Dai, su, paga tu. Conta bene, eh: quanti sono? Che operazione devi fare per sapere quanti sono? E dopo cosa devi fare per sapere il resto? Non ti sbagliare!». La bambina esita imbarazzata, pasticcia coi soldi, la mamma la raggiunge, spiega tutte le operazioni necessarie e conclude sconsolata: «Possibile che ancora non hai imparato!?».

Più tardi, alla cassa del parcheggio, si è formata una fila consistente. Qualcuno sbuffa spazientito, deve esserci qualche intoppo. Allungo il collo, sono ancora loro: «Dai, conta bene le monetine da dare al signore: dieci, più venti, più venti, quanto fa?».

Un incubo. Un incubo, ho pensato, essere inseguiti e pressati ovunque da un adulto desideroso di vedere che stai apprendendo, che hai imparato, che “sai”. Manco poter pranzare in pace…Ho immediatamente solidarizzato coi bambini. Ma poi ho provato a capire la mamma. Perché tanta insistenza, direi quasi accanimento? Perchè un genitore si riduce a saturare di insegnamenti finalizzati a un apprendimento ogni spazio di relazione con il figlio?

Mi capita di vederlo quando ci sono genitori che investono enormemente sui figli. Hanno aspettative molto elevate, desiderano che siano brillanti, che abbiano opportunità di un buon lavoro o una felice carriera, si sentono in dovere di pungolarli perché diano sempre il meglio. Quando non si ribellano facendo di proposito il contrario, i figli –  la maggior parte – cercano di adeguarsi, di rispondere a queste attese, spesso hanno in effetti ottimi risultati scolastici, più frequentemente di altri ottengono una laurea e anche un lavoro ben remunerato. Il prezzo da pagare, però, è elevato. Ansia da prestazione, sensazione di non essere mai all’altezza e che impegno e risultati non siano mai abbastanza, difficoltà a godersi i successi e a sentirsi soddisfatti, sono l’esito di un investimento eccessivo sulla prestazione scolastica. Da una parte l’insistenza del genitore veicola attenzione, amore e fiducia («Mi aspetto molto da te perché ci tengo, perché voglio il meglio per te, perché penso che tu ne sia capace»), dall’altra trasmette l’opposto: «Non vai bene così come sei», «Se non ci fossi sempre io a pungolarti o aiutarti tu non saresti capace». Le aspettative sono tanto più pressanti, quanto più i genitori si identificano con i figli e li vivono come un’estensione di sé, in cui veder realizzato ciò che a loro non è riuscito, o a cui risparmiare ciò che loro hanno subìto.

Anche quando i bambini hanno difficoltà o disturbi dell’apprendimento, i genitori possono facilmente scivolare nel ruolo di “aguzzini”, spinti dal desiderio di aiutarli a stare al passo coi coetanei, o da una vera e propria ansia. La frustrazione di vedere il proprio bambino che fa fatica ad apprendere, e di vedere il suo disagio e la sua sofferenza, possono portare a insistere fino all’accanimento per favorire in ogni modo i suoi apprendimenti. A volte gli insegnanti stessi colpevolizzano i genitori insinuando che non seguano abbastanza i figli nello studio a casa. Altre volte, essere così presente accanto ai figli nello studio può rispondere a un bisogno dell’adulto di sentirsi utile e di avere un ruolo.

Così, però, la relazione tra genitori e bambino corre il rischio di deteriorarsi, gli spazi di condivisione si riducono sempre di più a compiti e esercizi. Tutte le occasioni quotidiane finiscono per diventare un banco di prova per gli apprendimenti. Come il pranzo della famiglia al bar, che invece di essere un momento di piacevole condivisione, di leggerezza, di scambio delle esperienze della giornata, di godimento di sapori e profumi, si riduce a un estenuante terzo grado. Nell’ansia di non perdere tempo e di sfruttare ogni occasione per far progredire il bambino, si rischia di richiedergli una prestazione in contesti inadeguati, nella fretta, nella confusione, con la presenza ansiogena di altri che assistono, mentre un bambino con difficoltà di apprendimento necessita in modo particolare di un ambiente organizzato, con poche distrazioni.

Certo è bene che i genitori incoraggino, siano presenti, utilizzino anche le situazioni quotidiane per stimolare i bambini ad apprendere e migliorarsi, facendo attenzione, però, a sostenere allo stesso tempo anche gli interessi spontanei del bambino, le sue passioni, gli aspetti creativi ed emotivi, le occasioni da condividere con leggerezza, piacere e divertimento.

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
Tel. 339.5428950