Vuoti di memoria, impulsività: quando l’ansia da prestazione è una patologia (parte 1)

L'ansia di fronte ad un compito non è di per sè negativa. Un livello moderato di attivazione permette di utilizzare al meglio tutte le risorse di cui disponiamo e, anzi, produce una performance migliore. Ma fino a che punto si tratta di una reazione normale?

Sostenere un’interrogazione o un esame a scuola o all’università, cimentarci in una gara sportiva, esibirci in pubblico suonando uno strumento o recitando: sono esempi di situazioni in cui ci viene richiesta una prestazione, ovvero in cui il nostro comportamento o la nostra attività viene valutata rispetto alle nostre capacità, al nostro impegno e al risultato ottenuto.

Le prestazioni suscitano in genere una certa dose di apprensione e di timore, accompagnati anche da sensazioni fisiche come aumento del battito cardiaco e della sudorazione. Si usa comunemente l’espressione “ansia da prestazione” per indicare il corteo di manifestazioni sia fisiche che psicologiche connesse al fronteggiare una prova.

A molti sarà capitato di sperimentarla in qualche misura, ma fino a che punto si tratta di una reazione normale e quando può essere considerata invece una patologia?

Già nel 1908 gli psicologi Yerkes e Dodson si occuparono della relazione tra ansia e prestazione elaborando un famoso grafico ad U rovesciata, noto come la curva di Yerkes Dodson. Questo modello illustra il rapporto tra lo stato di attivazione del soggetto e la qualità della prestazione in un compito, dimostrando che livelli moderati e intermedi di attivazione sono correlati alla prestazione migliore. Al contrario, sia livelli troppo elevati che troppo bassi di attivazione sono associati a una prestazione più scadente.

Quindi non solo – come è intuibile – un’ansia troppo intensa influisce negativamente sulla prestazione, ma lo stesso accade anche quando l’ansia è limitata o assente. Un’ansia marcata può compromettere la prova perchè rende difficile concentrarsi, provoca irrequietezza, tensione muscolare, indecisione, confusione, vuoti di memoria, impulsività. Un livello di ansia troppo basso, invece, può comportare un minor stimolo a impegnarsi, dal momento che il compito viene valutato come facilmente affrontabile o si attribuisce poca importanza al risultato. Lo scarso coinvolgimento, la poca attenzione, la minor concentrazione finiscono per produrre una prestazione poco brillante o scadente.

L’ansia di fronte a una prova, pertanto, non è di per sé negativa; è uno stato di attivazione fisiologica e comportamentale, detto anche arousal, che ci permette di affrontare le situazioni e, se si mantiene entro livelli moderati, ci induce a prepararci al compito, impegnarci, essere attenti, concentrati e vigili; permette insomma di utilizzare al meglio tutte le risorse di cui disponiamo.

L’arousal coinvolge il sistema nervoso centrale, periferico e vegetativo. All’aumentare dell’arousal, si intensificano manifestazioni come pensieri e fantasie spiacevoli o francamente catastrofici, senso di impotenza, sintomi fisici come tremore, palpitazioni, inappetenza, disturbi gastrointestinali, irritabilità, insonnia, eccessiva sudorazione.

Ogni persona ha un proprio livello ottimale di ansia/attivazione da prestazione che risulta da molteplici variabili: entrano in gioco le caratteristiche di personalità, le strategie cognitive utilizzate, il livello di preparazione, caratteristiche del contesto come, ad esempio, la familiarità del luogo, o la presenza o meno di un pubblico e la sua numerosità.

Nel prossimo articolo approfondiremo i fattori che modulano l’ansia da prestazione e le possibili strategie per ridurre un’ansia patologica.

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
Tel. 339.5428950