Le frasi terribili che (quasi) ogni malato di cancro si sente dire

Quasi tutti i malati di cancro si sentono dire prima o poi frasi insensibili o crudeli. Cosa spinge certe persone a pronunciarle, e come difendersene?

Uno dei problemi più frequenti che le persone malate di cancro vogliono discutere con me riguarda la condivisione della loro malattia con gli altri. Quasi tutti informano i familiari più stretti, mentre i dubbi maggiori riguardano altri parenti, amici, colleghi, vicini di casa, conoscenti, fino agli estranei. Molti hanno il timore di dover affrontare reazioni imprevedibili, domande scomode, commenti che potrebbero ferirli o aumentare la loro ansia, o di esporsi a possibili discriminazioni, così preferiscono tenere nascosta la malattia. Noi psicologi in genere cerchiamo di favorire la comunicazione con gli altri perché facilita le relazioni, permette di trovare un supporto nella rete sociale, evita lo stress di dover mantenere un segreto e il conseguente, necessario autocontrollo delle proprie emozioni, che aggiunge ulteriore stress. D’altra parte, ascoltando le esperienze dei nostri pazienti, è comprensibile la loro riluttanza ad esporsi e si percepisce ancor più nitidamente il carico che sono costretti a sopportare e che va ben oltre l’immaginabile.

Non passa giorno che almeno una persona malata di cancro non mi riferisca una qualche frase tremenda che si è sentita dire. Riporto qualche esempio ma potrei scrivere un trattato enciclopedico sul tema:

-“Sai, anche mio cugino aveva la stessa malattia tua, proprio uguale uguale…oh, in due mesi, secco!”

– Al supermercato : “Ciao! Senti…ho saputo che stai male e stai facendo le cure. Ma tanto, che le fai a fare…tanto si sa, si muore lo stesso”

– “Basta, basta, non dirmi altro per carità, queste cose mi fanno brutto, non voglio neanche sentire” (accompagnato a volte da gesti di scongiuro di vario genere)

– “Quella che porti è una parrucca, vero? Eh, guarda che io l’ho capito anche se fai finta di niente!”

– “Ah, ti sei comprata tre maglie…ma scusa, non avevi detto che hai le metastasi? E allora che te le compri a fare, tre maglie…”

– “Eh, se con le cure rimani pure sterile, capirai, quale uomo ti vorrà prendere?”

– “Ti è venuto il cancro perché lo hai voluto tu”

– “ Eh, queste malattie, quando ti pizzicano la prima volta, tanto poi ti ritornano”

-“Dai, non mi ti far vedere senza la parrucca, chè mi fa senso”

– “Ti è venuto il cancro perché vivi lontano dal Signore”

-“ La terapia non ha funzionato perché non hai pregato abbastanza”

– “ Su, che problema c’è anche se muori? Così i tuoi figli puoi aiutarli meglio da lassù”

–  “Guarda che i problemi li abbiamo tutti, pensi di stare male solo tu?”

– “Ho saputo dei suoi problemi di salute. La invito caldamente a non fare domanda per lavorare da noi…o troverò comunque il modo di farla andare via”.

– “Ah, così ora ti pagano pure se non lavori e fai la pacchia! E a noi altri tocca lavorare”

La maggior parte di queste frasi è stata pronunciata da familiari stretti, parenti, amici, colleghi, spesso in modo del tutto imprevisto e lasciando sgomento e stupefatto chi se le è sentite dire.

Perché le persone riescono a dire cose così insensibili e brutali? In tanti anni passati ad ascoltare chi se le è sentite dire e anche chi le ha dette, penso di poter ipotizzare che in parecchi casi si tratti di ansia propria, angoscia per la malattia, imbarazzo e difficoltà a gestire le emozioni: un cocktail che porta a pronunciare frasi fuori luogo a volte anche senza volerlo, rendendosene pure conto e pentendosene solo dopo. In altri casi credo si tratti di ignoranza. In altri ancora di mancanza di empatia. Per alcuni temo di dover supporre anche un piacere per la sofferenza altrui, parte di una rabbia e un rancore probabilmente di antica data.

Come reagire? Di solito i consigli degli esperti dicono “lascia correre, resta indifferente, spiazza con la gentilezza, prova pena per loro…”. Non sono completamente d’accordo, ogni persona ha bisogno di trovare il proprio modo di gestire queste situazioni. Alcuni preferiscono evitare le situazioni più a rischio e così si proteggono, anche a costo di qualche limitazione della propria libertà ma conservando una serenità che vedono come prioritaria; altri reggono e tollerano, lasciando scivolare perché lo interpretano come una incapacità dell’altro da guardare con compassione; altri instaurano un dialogo, esprimono come si sentono e a  volte riescono nello scopo di indurre l’altro a riflettere, a diventare consapevole e più accorto e attento; altri ancora si sentono meglio se possono rispondere con qualche battuta anche pungente, magari da prepararsi in anticipo, come una sorta di prontuario anti-scocciatori. Non esiste una ricetta valida per tutti, ma si può trovare il modo a sé più congeniale per non subire e soffrire passivamente.

 

Dott.ssa  Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
Tel. 339.5428950