Rischio idrogeologico, alluvioni, erosione costiera: il punto con l’ingegner Alessandro Mancinelli

Viviamo in un territorio fragile. Oltre alle cause naturali, la cementificazione diffusa e i cambiamenti climatici hanno peggiorato la situazione. Per il professore del Dipartimento DICEA della facoltà di Ingegneria dell’Univpm: «La siccità sarà la crisi più difficile da affrontare nel prossimo futuro insieme all’innalzamento del livello marino»

Il litorale di Marina di Montemarciano
Il litorale di Marina di Montemarciano

ANCONA – L’Italia è un Paese dal territorio fragile sul piano idrogeologico, esposto a due rischi principali, frane e alluvioni, ma anche all’erosione della costa. Ne abbiamo parlato con l’Ingegner Alessandro Mancinelli, professore del Dipartimento DICEA della facoltà di Ingegneria dell’Univpm.

Le Marche sono una delle regioni più a rischio?
«Ai rischi di frane e alluvioni – spiega Mancinelli – credo vada aggiunto quello relativo all’erosione costiera, strettamente legato all’equilibrio di tutto il territorio. È difficile dire se le Marche e, in particolare la provincia di Ancona, siano particolarmente esposti perché tutto il territorio italiano è soggetto a questi rischi. Soprattutto alcuni fenomeni, per esempio le alluvioni e l’erosione costiera, sono fenomeni a scala mondiale, basti pensare alle alluvioni che hanno colpito negli ultimi 20 anni l’Inghilterra, la Francia, la Germania o l’erosione della foce del Nilo con la distruzione di interi condomini ad Alessandria d’Egitto».

Quanto sono influenti le costruzioni portuali sulla dinamica costiera?
«L’influenza delle costruzioni portuali è sempre elevata. Le spiagge di Senigallia, Fano, Pesaro, Rimini, Cesenatico avrebbero una conformazione completamente diversa se nel 1400 non fosse iniziata la costruzione dei porti canale».

Il Prof. Alessandro Mancinelli

Qual è la situazione nel porto di Ancona? Gli elementi a rischio nella provincia? Come intervenire?
«Il porto di Ancona si trova al limite dell’unità fisiografica e l’influenza delle opere foranee sulla dinamica costiera è limitata. I sedimenti che hanno formato le spiagge di Falconara M.ma, Marina di Montemarciano e Senigallia provengono dall’Esino, non dal Conero. Il terrapieno dell’Api ha un ruolo più importante nella dinamica di queste spiagge. L’altro fattore fondamentale nell’equilibrio dei litorali è l’apporto dei sedimenti da parte dei fiumi. In mancanza di questi l’arretramento delle spiagge si può attenuare solo con opere rigide o ripascimenti o con opere che utilizzano entrambi. Il dragaggio per i porti adriatici che sono tutti costruiti su litorali sabbiosi, è una necessità inderogabile. L’unica soluzione possibile è trasformare il dragaggio in una operazione di manutenzione ordinaria modificando in parte l’attuale legge sulla caratterizzazione dei sedimenti e favorendo l’associazione dei singoli porti per creare una unica società di gestione e manutenzione dei porti adriatici».

Veduta dall'alto del Porto di Ancona
Veduta dall’alto del Porto di Ancona

Erosione del suolo e della costa. È stato costruito troppo?
«L’appropriarsi della spiaggia attiva con la costruzione di abitazioni e infrastrutture è stato un errore del passato quando si è sviluppato il modello turistico italiano. I casi di abusivismo, non credo presenti nelle Marche, vanno combattuti in sede giudiziaria».

Problema dell’erosione a Marina di Montemarciano. Da un lato c’è un progetto di difesa del litorale: sono previste alcune scogliere (specialmente nella zona verso l’ex Montedison) e il ripascimento della spiaggia per salvare un pezzo della zona erosa dal mare. Dall’altro c’è la richiesta da parte degli operatori di prevedere scogliere ovunque. Cosa pensa di queste soluzioni?
«Il problema dell’erosione di Marina di Montemarciano è stato oggetto nel passato di numerosi studi e analisi che hanno individuato le cause. Indicare le soluzioni per la difesa delle abitazioni di Marina di Montemarciano senza che il problema ricada poi su quelle di Marzocca richiede necessariamente uno studio approfondito e una verifica su modello fisico dove si possono trovare le risposte tecniche ottimali».

Esondazioni del fiume Esino. Come intervenire?
«Credo che nel caso dell’Esino sia necessario rivedere il sistema arginale nel tratto finale in relazione al grado di sovralluvionamento del fiume. Per Falconara vi è inoltre il problema dei fossi che confluiscono nell’Esino e che non è mai stato risolto».

Il territorio della provincia di Ancona è spesso flagellato dalle alluvioni (ad esempio l’alluvione a Senigallia nel 2014). Quali strumenti occorrono per contrastare adeguatamente gli effetti del maltempo?
«Le alluvioni si contrastano con interventi continui di manutenzione e con interventi strutturali. L’alluvione di Senigallia è stata prodotta, come la maggior parte delle alluvioni in Italia, dalla rottura degli argini. Gli argini del fiume Misa sono stati costruiti intorno agli anni venti del secolo scorso e sono quindi strutture obsolete. Gli interventi strutturali da realizzare riguardano le vasche di laminazione che vanno realizzate a monte della zona da proteggere, il consolidamento degli argini, i ponti esistenti per adeguarne le sezioni ed evitare l’ostruzione delle luci con rami e tronchi durante le piene. Tutti gli interventi riducono il rischio di esondazione, che però non si può eliminare e quindi vanno accompagnati da piani di protezione civile. Infine voglio evidenziare l’importanza di misurare le grandezze idrologiche, soprattutto la portata di massima piena per evitare che durante gli eventi calamitosi sia necessario stimare il valore della portata con risultati a volte molto diversi tra i diversi operatori. Stabilire se l’evento accaduto sia un evento estremo è di fondamentale importanza nella valutazione delle conseguenze».

L'alluvione di Senigallia del 3 maggio 2014: Borgo Molino
L’alluvione di Senigallia del 3 maggio 2014: Borgo Molino

Quanto incidono i cambiamenti climatici?
«Possono incidere molto sia sulla gestione ordinaria delle acque, sia sugli eventi estremi. Per gestione ordinaria delle acque mi riferisco al fatto che l’acqua per usi potabili e agricoli e per gli altri usi viene prelevata dal ciclo idrologico e che il primo effetto prodotto dai cambiamenti climatici è quello della siccità. Gli effetti devastanti della siccità che, sembravano circoscritti ai paesi meno sviluppati, Africa e Asia, si sono spostati verso i paesi più ricchi: California, Australia, Europa Centrale. In Italia è stata particolarmente colpita la pianura Padana insieme a tutto il territorio nazionale. La siccità sarà la crisi più difficile da affrontare nel prossimo futuro insieme all’innalzamento del livello marino. In realtà la siccità si è già avuta e l’innalzamento marino secondo i modelli di previsioni ha orizzonti temporali sempre più vicini. Sugli eventi estremi (alluvioni, allagamenti) l’effetto dei cambiamenti climatici non ha una tendenza ben individuabile. Da uno studio effettuato sulle piogge intense delle Marche dall’Università di Ancona non risultano cambiamenti in atto. È cambiata la frequenza di accadimento degli eventi estremi, ma su questo fenomeno mancano misure tali da consentire previsioni. Secondo uno studio recente dovremo forse abituarci a super uragani (Medicanes) soprattutto nell’area del mar Ionio».

All’Univpm tiene due corsi: costruzioni marittime e protezione idraulica del territorio. Qual è il ruolo dell’ingegnere idraulico?
«L’ingegnere idraulico è un tecnico in grado di elaborare le grandezze idrologiche, (portate fluviali, altezze di pioggia, onde ecc.) di stimare, attraverso modelli numerici, i livelli di piena, l’altezza d’onda sulla spiaggia, al fine di progettare le opere necessarie alla protezione del territorio. L’ingegnere idraulico ha necessità di lavorare in gruppo, poiché essendo il suo obiettivo un intervento di difesa del suolo, non può prescindere dalla collaborazione con geologi, biologi marini e altri operatori».

Cosa dovrebbero fare Comuni e istituzioni per prevenire tragedie come quelle che periodicamente devastano il nostro Paese?
«La politica in generale dovrebbe predisporre, attraverso un esame critico di ciò che è avvenuto nel passato, una struttura amministrativa con compiti e obiettivi chiari e disponibilità finanziarie per controllare e intervenire sul territorio. Non so se sia meglio ripristinare il vecchio Genio Civile, una struttura centralizzata, o ipotizzare strutture decentrate. È però indispensabile che l’Autorità che governa il territorio sia in grado di collegare le esperienze acquisite da persone che lavorano e controllano giornalmente il fiume, le frane, e le spiagge ecc. con la capacità di pianificare in tempi lunghi. Fondamentale è poi la tempestività con cui si interviene nelle situazioni di criticità. Non è semplice, bisogna creare una consapevolezza diffusa della gravità del problema e impiegare ingenti risorse finanziarie e utilizzare molti giovani tecnici motivati dall’importanza del lavoro a cui si dedicheranno».