Icons di Steve McCurry alla Mole

Centotrenta scatti del grande fotografo statunitense saranno esposti al Lazzaretto di Ancona. La mostra, promossa dal Comune, è curata da Biba Giacchetti e organizzata da Civita Mostre in collaborazione con SudEst57

Ragazza afgana di Steve McCurry

ANCONA – «La vita è a colori e per questo la scelta del colore mi sembra più logica, molto naturale. Attraverso il colore restituisco la vita come appare, le cose hanno un’anima colorata». Per Steve McCurry, uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea, le foto a colori rappresentano fedelmente la realtà, perché i colori fanno parte della vita.

Rangoon, Birmania (1994)

Centotrenta scatti del grande fotografo potranno essere ammirati dal 26 febbraio al 25 giugno alla Mole Vanvitelliana. La mostra fotografica “Steve McCurry Icons” raccoglie il meglio della produzione del grande fotoreporter statunitense, oggi sessantasettenne. A partire dai suoi viaggi in India e poi in Afghanistan, da dove veniva Sharbat Gula, la ragazza afgana che ha fotografato nel campo profughi di Peshawar in Pakistan e che è diventata una icona assoluta della fotografia mondiale, pubblicata come copertina dal National Geographic Magazine nel 1985. La mostra, promossa dal Comune, è curata da Biba Giacchetti e organizzata da Civita Mostre in collaborazione con SudEst57, che in sei anni l’ha proposta con grande successo in molte città italiane. Ad Ancona viene presentata nella sua forma ridotta, adatta agli spazi della Mole: 130 foto in massima parte di 70 cm per 100 (stessa formula utilizzata per un’analoga mostra a Forlì nel 2015 visitata da 100mila persone), contro i 250 scatti di formato più grande, riservati a spazi più ampi.

Rangoon, Birmania (1995)

Con le sue foto Steve McCurry pone a contatto il pubblico con le etnie più lontane e con le condizioni sociali più disparate, mettendo in evidenza una condizione umana fatta di sentimenti universali e di sguardi la cui fierezza afferma la medesima dignità. Con le sue foto consente di attraversare le frontiere e di conoscere da vicino un mondo che è destinato a grandi cambiamenti. La mostra inizia infatti con una straordinaria serie di ritratti e si sviluppa tra immagini di guerra e di poesia, di sofferenza e di gioia, di stupore e di ironia. In una audioguida disponibile gratuitamente per tutti i visitatori, Steve McCurry racconterà in prima persona molte delle foto esposte. Inoltre, in un video proiettato in mostra, racconterà la sua lunga carriera e soprattutto il suo modo di intendere la fotografia. Un altro filmato, prodotto da National Geographic sarà dedicato alla lunga ricerca che ha portato Steve McCurry a ritrovare la “ragazza afghana”, 17 anni dopo il famoso scatto. La mostra potrà essere visitata dal martedì alla domenica, dalle ore 10 alle 19 (lunedì chiuso).

Steve McCurry

STEVE McCURRY – Da circa 30 anni è considerato una delle voci più autorevoli della fotografia contemporanea. Nato nei sobborghi di Philadelphia, McCurry studia cinema e storia alla Pennsylvania State University prima di andare a lavorare in un giornale locale. Dopo molti anni come freelance, McCurry compie un viaggio in India, il primo di una lunga serie. Con poco più di uno zaino per i vestiti e un altro per i rullini, si apre la strada nel subcontinente, esplorando il paese con la sua macchina fotografica.

Dopo molti mesi di viaggio, si ritrova a passare il confine con il Pakistan. Là, incontra un gruppo di rifugiati dell’Afghanistan, che gli permettono di entrare clandestinamente nel loro paese, proprio quando l’invasione russa chiudeva i confini a tutti i giornalisti occidentali. Riemergendo con i vestiti tradizionali e una folta barba, McCurry trascorre settimane tra i Mujahidin, così da mostrare al mondo le prime immagini del conflitto in Afghanistan, dando finalmente un volto umano ad ogni titolo di giornale.

Da allora, McCurry ha continuato a scattare fotografie mozzafiato in tutti i sei continenti. I suoi lavori raccontano di conflitti, di culture che stanno scomparendo, di tradizioni antiche e di culture contemporanee, ma sempre mantenendo al centro l’elemento umano che ha fatto sì che la sua immagine più famosa, la ragazza afgana, fosse una foto così potente.