Aids, le Marche ai vertici del contagio

Prevenzione, educazione e informazione sono le lacune che hanno favorito la diffusione della patologia, insieme ad un calo dell’attenzione sul tema. Il punto con Andrea Giacometti, direttore della Clinica di malattie Infettive degli Ospedali Riuniti di Ancona

ANCONA – «Le Marche  sono tra le prime regioni italiane per diffusione dell’Hiv», spiega Andrea Giacometti, direttore della Clinica di malattie Infettive degli Ospedali Riuniti di Ancona. È questo il trend del 2017. Prevenzione, educazione e informazione sono le lacune che hanno favorito i contagi, insieme ad un calo dell’attenzione su questo tema.

Una vera e propria escalation di casi dove spesso chi contagia non sa di essere sieropositivo perché non ha mai eseguito il test. Il più delle volte la diagnosi arriva solo quando si sono già sviluppati i sintomi, circa dieci anni dopo aver contratto l’infezione. Eseguire il test è fondamentale, specie dopo comportamenti a rischio come i rapporti sessuali non protetti o lo scambio di aghi tra tossicodipendenti. Infatti l’Hiv viene trasmesso attraverso il contatto con il sangue o i liquidi corporei infetti (liquido seminale, pre-eiaculatorio e secrezioni vaginali).

Negli ultimi tempi si stanno diffondendo su internet i kit rapidi per la diagnosi dell’Hiv,  ma il test eseguito nei centri ospedalieri è l’unico strumento affidabile, anonimo e gratuito in grado di dare una risposta certa già 30 giorni dopo il comportamento a rischio. Un esame che se eseguito tempestivamente può far guadagnare anche diversi anni di vita ai sieropositivi. Da qualche tempo nelle farmacie è disponibile anche un test rapido che in soli tre minuti fornisce la diagnosi. Le terapie oggi permettono di vivere a lungo e un sieropositivo ha un’aspettativa di vita pari a quella di una persona che non ha mai contratto il virus.

Andrea Giacometti, Primario Clinica Malattie Infettive degli Ospedali Riuniti di Ancona

Professor Giacometti, oggi chi si ammala di Hiv?
«Oggi la trasmissione avviene prevalentemente per via sessuale, sia omo che etero-sessuale. Le tipologie di soggetti che attualmente contraggono l’infezione da Hiv, come possiamo constatare dai nuovi pazienti che si rivolgono al nostro Ambulatorio, sono più spesso eterosessuali maschi di una certa età e giovani maschi omosessuali. È interessante indagare i motivi di quanto detto. Per gli eterosessuali maschi è facile che l’acquisizione del virus avvenga per rapporti non protetti con prostitute. Purtroppo sappiamo che alcuni clienti sono addirittura disposti a pagare somme maggiori per prestazioni effettuate senza la protezione del profilattico.  Diverso è il motivo che ha portato ad un incremento dell’infezione tra gli omosessuali maschi: si ritiene che le cause andrebbero ricercate nell’uso di alcool o sostanze stupefacenti (assunte solitamente per via orale o inalazione) che inibiscono i comportamenti e, in definitiva, fanno “dimenticare” i rischi che si possono correre senza l’uso di precauzioni. Poi, tra i soggetti a rischio di acquisizione di Hiv, ci sono, ovviamente, coloro che hanno rapporti con chi attua i suddetti comportamenti a rischio e che, spesso, è inconsapevole di avere già contratto l’infezione».

Secondo gli ultimi dati i contagi nelle Marche sono cresciuti molto recentemente. Da cosa può dipendere questo boom? Da un calo di attenzione su questo problema oppure è necessario ripetere le campagne informative?
«A mio avviso da un calo dell’attenzione e dalla carenza di informazione. Potremmo anche ottimisticamente, pensare che nel 2016 siano state fatte un numero maggiore di nuove diagnosi di infezione da Hiv perché più persone si sarebbero sottoposte al test di screening, ma la realtà “vissuta”, ossia il numero di ricoveri e la tipologia dei degenti con infezione da Hiv, rende evidente il fatto che più della metà delle nuove infezioni è da riferire a “diagnosi tardiva”, non a volontaria esecuzione del test. Diagnosi tardiva significa che il paziente da anni è infettato dal virus e che viene ricoverato a causa di gravi patologie infettive o neoplastiche causate dalla immunodeficienza da Hiv. Un paio di mesi fa, ma questi sono dati del 2017 e non del 2016, nel reparto da me diretto erano ricoverati contemporaneamente sette pazienti con infezione da Hiv: un vero record: di solito il numero medio giornaliero si limita ad uno o due».

Questa maggiore diffusione dell’Hiv può essere legata anche ai flussi migratori?
«Sì, ma non in maniera preponderante. Di solito si pensa che l’immigrato arrivi infetto e, quindi, costituisca di per sè un individuo a rischio di trasmissione. In realtà sono casi rari, per lo meno fra i 600 pazienti seguiti presso il nostro ambulatorio dedicato all’infezione da Hiv. È vero, invece, che alcuni di questi soggetti possono contrarre l’infezione se avviati o costretti alla prostituzione».

Tra terapie e controlli di routine, quanto costa un malato di Aids al Servizio Sanitario Nazionale?
«Un soggetto Hiv-positivo preso in carico quando “sta ancora bene”, ossia prima che insorgano patologie gravi correlate all’infezione, costa circa 10mila euro all’anno, fra farmaci, controlli ematochimici, virologici ed immunologici, visite varie. Se invece consideriamo un soggetto da ospedalizzare, allora i costi aumentano molto, sia per la degenza in se stessa, sia per le indagini strumentali, le terapie antinfettive o antineoplastiche e per i vari farmaci da aggiungere a quelli specificamente anti-HIV».

Una malattia, quella dell’Hiv per la quale la prevenzione è fondamentale e che vede nei farmaci antiretrovirali una risposta efficace.  Come vive oggi un sieropositivo?
«Un sieropositivo che assuma regolarmente la terapia ha una aspettativa di vita paragonabile a quella di un soggetto di pari età ma senza infezione da Hiv. È ovvio che avrà l’incombenza di sottoporsi a regolari controlli e visite mediche a vita, di regola circa 3 volte l’anno. Noi ci siamo attivati per rendere il più possibile agevole questo stile di vita: il nostro ambulatorio è aperto tutti i giorni feriali ed è possibile prenotarsi con nostra agenda interna dedicata; i tempi di attesa sono praticamente a zero».

L’Aids è una delle sfide maggiori per la medicina, quali sono i protocolli di ricerca che state portando avanti a Torrette?

Un laboratorio della Clinica di Malattie Infettive dove si eseguono ricerche sugli antibiotici

«Ci occupiamo di studi che mettono a confronto i vari regimi terapeutici, controlliamo l’insorgenza di effetti indesiderati a lungo termine, cioè che possono comparire in tempi più lunghi di quelli controllati per autorizzare l’immissione in commercio di un farmaco.

Laboratorio di ricerca di Infettivologia all’Ospedale di Torrette

Verifichiamo l’eventuale insorgenza di deterioramento neuro-cognitivo: infatti l’Hiv attacca anche cellule cerebrali, non solo i linfociti, e somministriamo ai pazienti, su base volontaria, questionari per valutare la loro qualità di vita e accogliere i loro suggerimenti per migliorare il mantenimento in cura, la cosiddetta “retention in care”. Infine, studiamo la concomitante presenza di altre malattie sessualmente trasmesse».

Un laboratorio della Clinica di Malattie Infettive

Sieropositività e gravidanza, come conciliare malattia e desiderio di maternità?
«Il nostro ambulatorio ha recentemente vinto un progetto di ricerca finanziato, centrato sulla genitorialità nei soggetti con infezione da Hiv. Per quanto riguarda la maternità, la donna che assuma regolarmente la terapia ed abbia la viremia Hiv adeguatamente soppressa, può portare avanti una gravidanza praticamente senza problemi. Ormai sono più di 50 le gravidanze in donne Hiv+ che abbiamo seguito; in alcuni casi le pazienti hanno scoperto di essere sieropositive a gravidanza già iniziata, in occasione dei controlli prescritti dal ginecologo. In ogni caso, nessuna di queste nostre pazienti trattate con i farmaci anti-Hiv (anche a gravidanza già iniziata) ha partorito bambini infettati».

Ancora oggi persiste uno stigma nei confronti dei malati di Hiv e Aids, come si può superare il pregiudizio?
«Con l’informazione, perché in questo modo si chiariscono quali sono i comportamenti che non costituiscono rischio di trasmissione e, quindi, rendono agli occhi degli altri il sieropositivo come “non pericoloso”. Inoltre, deve essere detto che la sieropositività non denota appartenenza ad un gruppo particolare di individui, perché il rischio di trasmissione è legato a “comportamenti a rischio” che ognuno può attuare, non all’appartenenza ad un gruppo sociale».

Tempo fa si parlava della possibilità di un vaccino, qual è la situazione, ci sono progressi in questo ambito?
«Non abbiamo ancora un vaccino somministrabile né per prevenire l’infezione, né per “rafforzare” la terapia nei soggetti già infettati. Si sa che il virus Hiv è dotato di altissima capacità di mutare, per cui è estremamente difficoltoso mettere a punto un vaccino che induca la produzione di anticorpi capaci di attaccare regioni stabili e vitali del virus. Comunque, attualmente negli Usa stanno ottenendo risultati buoni con un vaccino sperimentato nei primati, capace di attaccare tre importanti regioni del virus. Probabilmente nel 2018 saranno avviati esperimenti nell’uomo. Ad ogni modo tali esperimenti saranno effettuati solo in alcuni centri e su soggetti altamente selezionati».